Di seguito due interventi social su due temi differenti ma che riguardano lo stesso stadio terminale dell’esperienza.
Domanda: Molte ceramiste praticano lo yoga, puoi dirmi perché?
Sono due pratiche contemplative. Modellare l’argilla è trarre una forma dall’indifferenziato, plasmarlo secondo la propria intenzione. Il sentire diviene forma.
Praticare lo yoga è plasmare i propri corpi: il mentale, l’emozionale, il fisico. Plasmare le forze: la volontà, la perseveranza, la pazienza. Ma è anche dare una forma alle forze, una direzione, permettere loro una trasformazione.
La ceramista opera sull’argilla immergendosi in essa, divenendo una con essa in virtù del gesto, dell’intenzione e della consapevolezza. Interiore ed esteriore divengono uno. Grazie alla manipolazione, realizza uno stato interiore unitario, neutrale, di profonda armonizzazione.
Anche la yogini realizza consapevolmente di essere uno: attraverso la pratica il suo sentire, il suo pensiero, la sua emozione e il suo corpo realizzano uno stato di alterità caratterizzato da unità, presenza, neutralità. La forma che la yogini realizza è sostanza, è Essere.
Le forze e la forma divengono unità inscindibili sia nello yoga che nell’arte della ceramica.
La ceramista e la yogini perseguono, attraverso due modalità differenti, la stessa condizione unitaria d’essere e d’esistere.
Pochi di noi considerano la forma come Essenza, ma un piatto decorato è Essenza, come lo è una posizione yoga.
In particolare, sto sperimentando sia attraverso lo yoga sia attraverso la ceramica la differenza tra stabilità e rigidità.
La stabilità è presenza e forza, la rigidità è chiusura. Nella ceramica la rigidità spacca.
Sì, la stabilità è il frutto della comprensione, la rigidità un tentativo di difesa, un’armatura, un grosso segnale indicatore che ci suggerisce con forza la via. Ciò che ci produce irrigidimento, riduzione alle logiche binarie, è il nostro maggiore alleato.
L’altro che reagisce alle nostre strutture di difesa, comunque reagisca, suggerisce il problema e la sua soluzione.
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La ceramista come la yogini se scendono nella profondità della loro esperienza, possono incontrare ciò che descrivo di seguito, uno stato di esistere oltre la dualità.
L’esperienza del Ciò-che-È al di là della dualità bene/male
Fonte del testo che è servito da spunto al commento.
“Quello che voglio dire è che il male è solo un limite di comprensione e di interpretazione di un movimento evolutivo sempre armonico e mai in contrapposizione con niente e nessuno.”
Questo afferma Umberto Ridi ed è più che condivisibile, come la sostanza del suo argomentare.
Ciononostante, diverse questioni rimangono aperte. L’umano comprende e interpreta il male nel ventaglio delle possibilità che va dall’agente esterno che lo influenza alla visione che Umberto propone, passando per quello che dicono le religioni e le filosofie.
A mio parere, e mi sembra che sia anche tra le righe di quanto Umberto afferma, c’è una possibilità altra di andare oltre, possibilità della quale ha un senso parlarne quando la sentiamo come intima al nostro essere e non solo al nostro pensare: il superamento della nozione stessa. Non della nozione di male soltanto, ma anche di quella di bene perché è evidente che le due sono solo didattica. Didattica della realtà duale che non è più sostenibile quando in te è maturato altro.
Cosa sorge allora? Il Ciò-che-È. La realtà come Ciò-che-È. Questa dimensione d’esperienza azzera non solo il linguaggio duale, ma innanzitutto ciò che provi: tu senti che nulla c’entrano bene e male, che la Realtà è altro e quell’altro è divenuto la tua pelle, la tua carne, le tue ossa e il tuo midollo.
Quando l’esperienza del Ciò-che-È è questo? Quando ti comprendi come irrilevante: nell’insieme unitario non sei scomparso come percezione di un “te”, ma quel “te” è solo un dato in un insieme, dove il centro è l’insieme.
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Grazie per queste riflessioni che danno sostanza alla mia ricerca, non di un fine o di un traguardo ma di una condizione.
Sento che queste due pratiche operano, lentamente, una trasformazione senza interferenze mentali. Nel fare succede, indipendentemente da me.