Cerchio Firenze 77: la realtà è oggettiva? 47

    KEMPIS – Affermando che Dio è Assoluto, ne discende che Egli è l’unica Realtà oggettiva. Ogni altra realtà, che necessaria­mente deve essere in Lui, è una realtà relativa, cioè dipendente da qualcosa.

    Libri del Cerchio Firenze 77 con l’insegnamento fondamentale:
    Dai mondi invisibili
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    File vocali originali del CF77 dal 1965 al 1984
    L’Opera Omnia del CF77

    In sostanza Dio è come è perché dipende unicamente da Se stesso: cioè è indipendente, cioè è Assoluto. Ogni altra realtà è come è perché dipende da qualcosa. La stessa coscienza cosmica, che è la massima espressione del sentire del Cosmo, la massima spiritualità cosmica, per intenderci, è tuttavia una realtà relativa che è come è in dipendenza di qualcosa, non foss’altro del vir­tuale frazionamento dell’Assoluto.

    ALAN – Domando se la realtà è anche soggettiva.

    KEMPIS – Dicesi soggettivo ciò che dipende dal modo di pensare di un soggetto. Allora la domanda potrebbe suonare anche così: la realtà che si percepisce esiste indipendentemente dalla percezione, cioè è una realtà oggettiva se pure relativa?
    Oppure esiste unicamente nella percezione, cioè è una realtà soggettiva?
    Con questa domanda siamo di fronte al problema della conoscenza, vecchio quanto l’uomo. Nel pensiero degli antichi voi sapete che la conoscenza si identifica con la Realtà, grosso modo, fatta eccezione per gli scettici i quali negavano questa corrispondenza; ossia gli scettici negavano all’uomo la possibilità di confrontare la realtà conosciuta con la Realtà esistente.

    Nelle filosofie medievali si pose in discussione se certe idee universali ed astratte concepite dall’intelletto potessero trovare riscontro nella Realtà. Successivamente si passò ad esaminare i limiti e le possibilità della conoscenza, ponendo anche in dubbio l’esistenza di una realtà oggettiva. Nel pensiero moderno si esaminano le funzioni della conoscenza, l’efficacia, senza confrontarla con la realtà oggettiva.

    Tutto questo a volo d’uccello, , come si suol dire, senza prendere in considerazione la possibilità che ha la scienza dell’uomo di porsi ad incrementare la conoscenza; senza interessarsi, cioè, della filosofia della scienza perché il nostro scopo non è quello di esaminare le varie tappe del pensiero umano su questo argomento, ma unicamente quello di ricordare come questa meditazione sia sempre stata presente nel pensiero degli uomini, e soprattutto esporvi il nostro punto di vista, che è il seguente: noi ci rendiamo conto della Realtà attraverso alla percezione che è appunto l’atto della consapevolezza con cui si coglie l’esistenza di una realtà esterna per mezzo della mediazione dei sensi.

    Per taluno la percezione è un fenomeno di sensazioni, per altri un fenomeno della mente. Per noi è l’una e l’altra cosa. Infatti, se l’uomo anziché cinque sensi ne avesse due soltanto, ovviamente la sua percezione sarebbe diversa ed egli immaginerebbe una realtà esterna a lui come avente le sole caratteristiche da lui colte; mentre se avesse dieci sensi probabilmente coglierebbe altri aspet­ti del mondo in cui vive ed ipotizzerebbe una realtà in modo diverso, od una realtà diversa.

    Questa considerazione dunque ci lascia supporre che la realtà esista indipendentemente dalla percezione e noi da sempre vi abbiamo detto che esiste un ente percepente e qualcosa che viene percepito. È vero? Allora la risposta alla domanda che ci siamo posti — e cioè se la realtà esiste al di là della percezione – potrebbe essere che, sì, la realtà esiste al di là della percezione.

    ALAN – Ma questa realtà è oggettiva?

    KEMPIS – Se per oggettivo intendiamo il contrario di soggettivo, la risposta è sì. Ma voi potreste a questo punto dire: «Questo signor Kempis viene qua a dire male di Garibaldi! ! Lo sappiamo benissimo che esiste una realtà oggettiva della quale abbiamo una visione soggettiva». Eh già! ma il problema non è cosi semplice: infatti dobbiamo subito precisare che la realtà che si percepisce, come si percepisce, esiste unicamente nella percezione.

    Si dice che i raggi del sole sono caldi. Supponiamo che questa affermazione derivi semplicemente dal fatto che tutti gli uomini hanno una temperatura corporea di circa 37° e che i raggi del sole hanno una temperatura superiore, o comunque superiore alla temperatura della pelle del corpo degli uomini. Allora l’affermazione che i raggi del sole sono caldi, è una affermazione rela­tiva, l’apparente oggettività deriva unicmente dal fatto che tutti gli uomini percepiscono come caldi i raggi del sole i quali in sé, invece, non sono né freddi né caldi, ma lo diventano solo per chi li percepisce o comunque in relazione ad un termine di paragone.

    Affermando che il Cosmo è il comun deno­minatore di tutte le percezioni soggettive, noi non solo vogliamo dire che i raggi del sole, in sé, non sono né freddi né caldi, ma anche – e soprattutto -che il sole in sé non esiste.
    Questa precisazione non ha lo scopo di scandalizzare i validi rappresentanti della scienza umana che ci seguono, ai quali tut­tavia debbo ricordare che l’atteggiamento dello scienziato nei confronti della ricerca è mutato ormai da tempo. […]

    Allora, qual è la por­tata della preoccupante precisazione che ora ho fatto? Significa essa che non esistono altro che i soggetti, i quali sognano una realtà in se stessa inesistente?
    Vedete, un sogno è una storia della fantasia, costruita con elementi del mondo della percezione. Voi potete sognare – che so? – che vostra sorella ha i baffi, ma questa insolita storia è costruita con una sorella e con dei baffi, cioè con immagini che voi avete attinto al mondo della vostra percezione. Se non vi fosse la percezione, non vi sarebbero immagini e non vi sarebbero sogni.

    Ora noi affermiamo che il Cosmo è il comun denominatore di tutte le percezioni soggettive; se parliamo di percezione, impli­citamente ammettiamo l’esistenza di un ente percepiente e di qualcosa che viene percepito, perciò non possiamo voler dire che esistono solo i soggetti, perché se così fosse non vi sarebbe per­cezione e quindi non vi sarebbe l’elemento comune delle percezioni. Difatti quelli di voi che hanno buona memoria ricordano che da sempre noi abbiamo affermato che esiste un «quid» (qualcosa non meglio identificabile, perché oggettivamente non distinguibile da Dio, cioè oggettivamente inesistente, che potrem­mo chiamare parte di Dio, se Dio non fosse indivisibile), un «quid» che percepito si rivela come elemento comune di tutte le percezioni.

    Questo elemento comune nell’apparenza è formato da vari elementi ed è con questi elementi che ciascun soggetto costruisce immagini soggettive di un mondo già in se stesso sog­gettivo. Il «quid» che, percepito, si rivela come mondo fisico, mondo astrale, mondo mentale, in se stesso è la divina sostanza «spirito» che non viene minimamente toccata dal fatto che nel­la percezione assuma un aspetto o l’altro.

    Una macchia di umidità su un muro non è interessata al fatto che nella fantasia dell’osservatore assuma l’aspetto di una figura nota o di un’altra. Questo appunto significa che il divenire dei mondi non incide nella Realtà di Dio.
    In effetti esiste qualcosa che, percepito, dà la divisione della realtà che ci è nota, perciò la realtà che noi percepiamo esiste unicamente nella nostra percezione. La realtà che noi conosciamo assume l’aspetto che ci è noto in funzione delle nostre possi­bilità di percezione. Ora, siccome tutto quanto esiste è in Dio e fa parte di Dio, è chiaro che osservando il mondo nel quale viviamo, osserviamo una parte di Dio; tanto è vero che se, senza distogliere la nostra attenzione dal mondo in cui siamo immersi, crescessero le nostre possibilità di percezione – badate bene è un’ipotesi assurda quella che sto facendo – fino al limite necessario, noi giungeremmo a percepire Dio senza avere distolto la nostra attenzione da uno stesso oggetto.

    [Continua in 48]

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