Contemplazioni, non commenti, sul testo della via della Conoscenza: il dolore per una perdita e la scomparsa di sé.
Quindi, perché parlare di una ricompensa finale e di uno stato beato in cui l’uomo continua ad esistere in una forma diversa da nessuno? Ha senso solo per altri approcci, per altre impostazioni, per altre concettualizzazioni.
Anche la via della Conoscenza usa concettualizzazioni, ma in base ad un paradigma diverso. Qui viene detto che chi nella vita riconosce di essere ben piccola cosa, mai pensa di poter ricevere una ricompensa dopo la morte, perché sa di essere niente.
Nel percepirsi niente, tutto ciò che accade è totalmente gratuito, e ci si vive come quell’onda che si leva e che poi muore non lasciando traccia di sé.
Torna la questione dell’ipotetico interlocutore a cui il comunicante si rivolge: chi di noi pensa a un premio nel dopomorte? Forse in certi ambienti religiosi molto semplici, ma già quando il comunicante era attivo e comunicava attraverso uno strumento, quegli ambienti erano divenuti insignificanti; nessuno credeva in un qualsiasi premio.
“Chi nella vita riconosce di essere ben piccola cosa”, costui “sa di essere niente”: evidentemente qui parla di chi ha concluso il suo itinerare nel Saṃsāra. Passa dal trattare di un ipotetico interlocutore che si aspetta un premio nel dopomortem, a un realizzato che esce dal ciclo delle nascite e delle morti: un bel balzo.
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Quando Soggetto comunicava, magari chi lo seguiva credeva ancora in una ricompensa dopo la morte, concezione dura a morire anche ora per chi è cresciuto nella Chiesa.
Nella VDC , invece, alla fine del cammino passo dopo passo o per sentire acquisito si scopre di essere niente, perciò ciò che accade è gratuito, non ci si aspetta alcunchè.
Grazie per aver approfondito questo testo della Via della Conoscenza.