[Continua §3 dal post precedente] Ho anche detto spesso che c’è nell’anima una forza che non è toccata né dal tempo né dalla carne; essa fluisce dallo spirito e permane nello spirito, è assolutamente spirituale.
In questa forza Dio verdeggia e fiorisce incessantemente in tutta la sua ricchezza, in tutta la sua gioia e dolcezza (8).
Alcuni sermoni di Meister Eckhart tratti da Meister Eckhart, I SERMONI, a cura di Marco Vannini, Edizioni Paoline, 2002 per la contemplazione personale. Il grassetto e altre evidenziazioni sono opera del curatore.
Nota 8
Si tratta della oberste vernunft, dell’intelletto più elevato, che è identico al fondo dell’anima. Insieme alla volontà/amore, di cui si parla più avanti (vedi nota 10), costituisce l’essenza dello spirito. Cfr. in proposito
Vannini, L’esperienza dello spirito.
È una gioia così intima e così ineffabilmente grande che nessuno è capace di esprimerla pienamente. Infatti l’eterno Padre genera incessantemente il suo eterno Figlio in questa potenza, in modo tale che essa coopera alla nascita del Figlio e di se stessa, quale medesimo Figlio nell’unica potenza del Padre. Se un uomo possedesse tutto un regno o tutti i beni della terra e li abbandonasse puramente per Dio, divenendo uno degli uomini più poveri che vivono sulla terra, e se poi Dio gli desse tanto da soffrire quanto abbia mai dato a un uomo, se egli soffrisse tutto ciò fino alla morte e Dio gli lasciasse gettare una sola volta uno sguardo su ciò che egli è in questa forza, allora la sua gioia sarebbe così grande che tutta questa sofferenza e questa povertà sarebbero state ben piccola cosa.
Sì, anche se Dio non gli concedesse mai il paradiso, egli avrebbe nondimeno ricevuto una ricompensa molto grande per tutto quello che aveva sofferto; Dio è infatti in questa forza come nell’eterno presente (9).
Nota 9
Il tema della pienezza del tempo, dell’eterno presente qui e ora, è uno dei più significativi e caratteristici del pensiero eckhartiano, e si incontrerà spesso. Vedi ad es. Serm. 11,2 e nota 4. Cfr. al riguardo Vannini, L’esperienza dello spirito, 59-73.
Se lo spirito fosse sempre unito a Dio in questa forza, l’uomo non potrebbe invecchiare, perché l’istante in cui Dio creò il primo uomo, l’istante in cui l ‘ultimo uomo finirà e l’istante in cui parlo sono uguali in Dio e non sono che un unico istante. Ora, vedete, questo uomo dimora con Dio in una sola luce, e perciò non vi è in lui né sofferenza né successione, ma una eternità che permane uguale. In verità, ogni sorpresa gli è tolta, e tutte le cose sono in lui nella loro essenza. Perciò egli non riceve niente di nuovo dalle cose future né da alcun caso, giacché egli permane in un istante sempre e ininterrottamente nuovo. Tale divina altezza è in quella forza. (A13)
Nota A13 di uma
La consapevolezza descritta è quella che noi nel Sentiero chiamiamo la condizione di Essere: qui Eckhart la descrive al suo apice – ed è certamente così – ma vorrei precisarne alcuni aspetti e declinazioni.
Esiste l’esperienza di uno stato di gioia, di pienezza, d’Amore, di completezza e di senso che sembra incontenibile ed è quella narrata da tanta mistica: è un fatto, accade, ed è ai limiti dell’insopportabile per chi la sperimenta. Nella comprensione del Sentiero è la conseguenza di un affluire vibratorio particolarmente sottile e intenso che attraversa i corpi transitori e produce – nel mentre avvengono le decodifiche – movimenti molto intensi nella materia di quei piani.
È un’esperienza che sorge senza un’apparente ragione, almeno consapevole, ma sappiamo che essa, in realtà, è da porre in relazione con il conseguimento di qualche comprensione rilevante e dunque coincide con la sistemazione di una certa quantità di dati nel corpo akasico: quella strutturazione del corpo akasico lo rende vibrazionalmente più allineato con i corpi superiori e con la Vibrazione Prima e questo allineamento si traduce in un flusso più sottile e più deciso di dati nel circolo sentire-esperienza.
Questa direi che può essere la fisica del fenomeno, ma al di là dell’eclatanza di certe esperienze, qui ci interessa la ferialità della presenza dell’Essere, più che il fulmine a cui segue il tuono.
Nella ferialità di ogni giorno, l’Essere è lì, origine generante le nostre esistenze, motore della manifestazione e del divenire: l’ascolto di questo Essere, il non frapporre ostacolo è il compito che si prefigge il contemplativo.
Troppo facile la gioia di certi momenti, la commozione intensa, la pienezza insopportabile: non è questa la norma, invece è ad essa che dobbiamo prestare attenzione. La norma è rappresentata dalla consapevolezza dell’Essere che mai viene meno – la consapevolezza, non l’Essere che è chiaro che non può venire meno – ma che è sottotraccia, appena sotto il rumore del mondo, dei sensi, dei corpi.
È fuorviante la mistica dei fenomeni e qui vorrei valorizzare la mistica del banale, dell’ordinario: la consapevolezza di quella nota di fondo unitaria – che ha le stesse caratteristiche del fenomeno sopra descritto – ma che è discreta, sussurrata, una presenza che mai viene meno se la sai ascoltare, accogliere; se la sua melodia appena udibile sai seguire.
Essa è veramente il fondo dell’Essere, la piattaforma su cui danza il divenire: se il divenire non ti incanta e non fagogita la consapevolezza, quella nota è sempre lì, sempre è la direzione, sempre è l’Essenza che accade. Questo ascolto, connessione, obbedienza costituiscono la radice esistenziale del contemplativo, la sua vocazione e il senso della sua incarnazione.
[4.] C’è ancora un’altra forza che è incorporea, fluisce dallo spirito e permane nello spirito, ed è assolutamente spirituale (10). In questa forza Dio arde e splende incessantemente con tutta la sua ricchezza, con tutta la sua dolcezza e la sua gioia. In verità, in questa forza stanno una gioia tanto grande e un così immenso incanto che nessuno è capace di parlarne o rivelarlo completamente.
Nota 10
Si tratta della volontà/amore che, insieme al nous, costituisce lo spirito.
Lo dico ancora una volta: se qualcuno potesse là contemplare per un istante con il proprio intelletto, secondo verità, le gioie e l’incanto che vi è contenuto, tutto quello che potrebbe soffrire e tutto quello che Dio volesse fargli soffrire, tutto ciò sarebbe per lui poca cosa, o nulla di nulla. Dico di più: ciò sarebbe per lui assolutamente una gioia e una soddisfazione.
Se vuoi veramente sapere se il tuo dolore è tuo o di Dio, lo riconoscerai così: se viene da te, qualunque sia il suo modo, questo dolore ti fa male ed è duro a sopportare. Ma se soffri per Dio, e per Dio solo, questa sofferenza non ti fa male e non ti è grave, perché Dio porta il peso.
In verità, se esistesse un uomo che vuole soffrire per Dio (A14) e per Dio soltanto, e se tutta la sofferenza che tutti gli uomini hanno sopportato e il mondo intero sopporta si abbattesse su di lui, questo non gli farebbe alcun male e non gli sarebbe grave, perché Dio porterebbe il peso. Se qualcuno posasse un quintale sul mio collo e poi un altro lo sostenesse, ne sopporterei cento come uno solo, giacché non mi peserebbe affatto e non mi farebbe alcun male. In breve: quello che l’uomo soffre per Dio, e per Dio solo, Dio lo rende dolce e leggero.
Nota A14 di uma
Il paragrafo 4 comporta non pochi problemi introdotti dalla scelta di Vannini di tradurre con l’espressione “soffrire per Dio“.
Le alternative filologiche (“patire da Dio”, “patire senza appropriazione”, “patire in Dio”) eviterebbero gli equivoci, pur rimanendo fedeli al tedesco.
Ci sono alcune espressioni che vanno comprese:
- tutto quello che Dio volesse fargli soffrire
- se il tuo dolore è tuo o di Dio
- se soffri per Dio
- se esistesse un uomo che vuole soffrire per Dio
Dobbiamo chiarire la genesi del dolore:
a – esiste un dolore che viene da Dio? Cosa si può intendere con questa espressione?
b – non è il dolore la risultante di una non comprensione, dunque di un non allineamento con il sentire? (Sentire inteso estensivamente come “volontà di Dio”)
In merito ad “a”: è chiaro che non c’è dolore alcuno che viene da Dio, che Dio ci manda, è un’immagine applicabile, ad esempio, a una malattia o a una privazione che ci può colpire fin dalla nascita, e che si realizza come karma, ovvero come possibilità di sperimentazione finalizzata al conseguimento di un complesso di comprensioni.
Una privazione sensoriale dalla nascita non ha una causa nell’incarnazione attuale ma affonda le radici in un’area del sentire non strutturata: quella non strutturazione genera l’esperienza della privazione sensoriale, affinché attraverso quella mancanza e le esperienze che determina, possano essere acquisiti i dati di sentire necessari alla strutturazione.
Questo genere di sofferenza non origina dunque da Dio ma dalle leggi evolutive proprie del Cosmo e che da Dio originano: l’individuo che comprende la natura del dolore nel quale è immerso, ovvero ne comprende la radice esistenziale, può viverlo come dono e opportunità evolutiva: da Dio non riceve un dolore/castigo, ma un’opportunità di comprensione e di trasformazione.
In merito a “b”: il dolore che viene da sé e che coinvolge la propria identità come snodo principale, è quello in cui, nel contesto di una comprensione in via di strutturazione, si sviluppa un attrito tra l’intenzione che sorge dal sentire e la sue esecuzione sul piano dell’esperienza.
L’intenzione del sentire è mal decodificata dall’introdursi di un condizionamento nella sfera identitaria: questo è il centro del dolore di cui tratta Eckhart. Egli sostiene che questo è il dolore difficile da reggere perché è in opposizione alla possibilità di trasformazione, mentre il dolore che può sorgere da una causa più generale – come quello descritto nel caso “a” – può divenire, se ben compreso, fonte di pienezza esistenziale.
Eckhart, nella sua indagine, è focalizzato sul superamento di ogni soggettività: il §4 non parla di altro che del dolore che sorge da sé, a causa del proprio ingombro, e del superamento del dolore in virtù della comprensione della sua natura, del suo essere opportunità esistenziale.
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Potremmo definire questa forza come una disposizione di fondo, quella che ci consente di entrare nell’Unità