Una volta compreso che ogni umano ha una sua linea evolutiva del sentire indipendente da quelle altrui, cosa diviene l’esistere se non una rappresentazione dei personali processi esistenziali?
Mi si osserverà che tutti e tutto sono interdipendenti; sì, certamente, ma questo nel pieno del divenire e dell’adesione all’apparire di esso; la sostanza, ad un certo punto del procedere esistenziale, è alquanto diversa e quel principio – pur rimanendo valido – va compreso in altro modo. Se non si considera quella delle varianti una stranezza, ma il fondamento del reale, allora diviene chiaro che:
- ogni creatura ha la sua linea evolutiva del sentire svincolata dalla linea temporale,
- e che le altre creature compaiono nelle due linee evolutive nella funzione di collaboratrici, quasi alla pari di ausili didattici.
Le scene appartengono a colui/ei che le genera e possono non essere sentite dai coprotagonisti: essi compaiono nella scena ma possono non sentirla quando la sente il protagonista e, a seconda delle varianti in gioco, possono anche non sentirla mai in assoluto. Solo sentire equivalenti sentono la stessa scena.
Ecco che la mia vita è a grandi linee solo la mia; è la rappresentazione del sentire che la genera. A un certo punto questo diventa insostenibile perché si ha la straniante sensazione non solo di essere inutili – contrariamente a ogni sottile pretesa di utilità e di servizio a lungo coltivate se non nel conscio di certo nel subconscio – ma di essere il centro di un mondo, centro che non si vorrebbe essere perché l’unico anelito è quello di sparire da quel mondo, che non è più sentito come necessario.
Non è tanto la perdita di una funzione sociale il centro della questione, o del senso di utilità per sé e per gli altri, quanto il superamento della spinta interiore alla manifestazione e alla generazione di scene esistenziali.
Per lungo tempo il sentire generante e l’autoconsapevolezza di sé come essere unitario hanno proceduto assieme: c’era un “patto”, un vincolo, un’unità ovvia, scontata tra la spinta generante e la scena in cui si travasava, ma a un certo punto quella contiguità si dissolve, la spinta generante irradia su piani sempre più rarefatti e la realtà del quotidiano appare un suo effetto residuale.
La consapevolezza è intrisa di vibrazione akasica e la vibrazione propria del divenire fluttua tra inconsistenza e relativa pregnanza di alcune situazioni. Questo produce una crisi? No, non c’è crisi e nemmeno disorientamento, non c’è nemmeno quel senso di essere straniero che pur a lungo ci ha accompagnati. C’è l’ovvietà di una estraneità.
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Post di contenuto molto altro, sottile.
Non posso dire di comprenderlo ma sicuramente risuona nel sentire.
Sento che quanto affermato è la realtà, quando il sentire ha raggiunto una notevole ampiezza.
Mi riguarda questo estratto:
“ma di essere il centro di un mondo, centro che non si vorrebbe essere perché l’unico anelito è quello di sparire da quel mondo.”
Grazie, porti sempre un incentivo in più per comprendere.