Ho lavorato tanto in questi anni sui testi dello Zen e sull’ombra dell’illuminazione istantanea che sempre lo attraversa, e in me si è configurata chiaramente l’illusorietà di quella prospettiva.
Uno spazio ampio d’essere e d’esistere si apre solo quando il nucleo autoreferente si indebolisce, ma questo non accade per un qualche miracolo, una qualche assurda folgorazione: accade come frutto di un processo di comprensione che attraversa le vite e la cui conseguenza principale è lo svelare in modo piuttosto impietoso il nostro tentativo di essere presenti come soggetto attivo, come nucleo autoreferente portatore di specificità a volte gridate, altre sussurrate.
“Svelare in modo impietoso il nostro tentativo”: il tentativo di un qualcuno che si attribuisce uno spazio, una rilevanza, un ruolo, un’essenza.
Questo tentativo ha accompagnato innumerevoli incarnazioni e, progressivamente, è sempre di più stato visto, illuminato dalla consapevolezza del sentire che coglieva in esso una distonia, un’incongruenza che andava superata. Un ostacolo al pieno dispiegarsi del semplice sentire.
Qualcuno è apparso sempre più come non necessario, il relitto di un passato sempre più privo di forza per autoalimentarsi. Eppure presente, eppure sottoposto a innumerevoli verifiche che ne testavano la sua aderenza e persistenza all’interno del semplice flusso dei dati coscienza-esperienza-coscienza.
Un processo impietoso di svelamento: potrei riassumere così questi 73 anni di vita. Potrei anche dire che la dotazione caratteriale iperanalitica è stata funzionale; lo era nell’intenzione che l’ha generata, affinché nulla della sussistenza di quel qualcuno restasse in ombra. L’operaio aveva tutti gli attrezzi per affrontare il compito dello svelamento e del superamento di sé.
E questo è avvenuto: il film dell’esistere è passato davanti alla consapevolezza del sentire e tutte le presenze di quel qualcuno sono state viste e sofferte: solo in presenza di nessuno c’è stata pace. La vera fonte della sofferenza non sta tanto nel fatto che si siano create certe situazioni, quanto nel fatto che queste erano mosse dalla presenza, dalla richiesta o dal lamento di un qualcuno.
Che poi quel dolore fosse per un senso di inadeguatezza, per una mancanza di conferma, a causa di un eterno sentirsi fuori luogo, questo ha poca importanza; tutti i sintomi rimandano a un qualcuno. Per una vita intera, qualcuno è convissuto con la consapevolezza di un ampio spazio di base, di fondo: una sorta di sovrapposizione, di ombra parziale, intermittente e discontinua su un foglio bianco.
La consapevolezza del foglio bianco è sorta e si è imposta solo col tempo, col maturare della consapevolezza del sentire, con il suo emergere e infine il suo divenire dominante.
Oggi quella consapevolezza è lucida, ma altrettanto lucido è l’emergere di ogni ombra di quel qualcuno: non c’è clemenza, come qualcuno si affaccia, viene immortalato in un’istantanea che non lascia scampo e svela il gioco.
Gioco sentito come insano: l’esserci di un qualcuno è insano, è innaturale. Solo il foglio bianco è natura d’Essere, natura autentica che ha pieno diritto di presenza; il resto è un’aggiunta, un superfluo. Non credo che finirà finché ci sarà vita. Perché? Perché è semplice meccanica e va aldilà delle comprensioni che, comunque, sempre sono in lavorazione. Meccanica dei corpi, del flusso dei dati. Se sorge il sole, c’è il giorno che viene; se cala il sole, giunge la notte.
Non è una scusante, non mi sembra e sono confortato dalle molte parole che al riguardo giungono dagli alti piani.
È la fisiologia dell’incarnazione: il foglio bianco solcato da fugaci ombre. Ombre fugaci nel senso di non persistenti, non oscuranti il foglio, ma che vanno, vengono, ritornano con ritmi e insistenza diversi.
La peculiarità di questa fase non è tanto rappresentata da queste ombre quanto dalla consapevolezza persistente e non occultabile del foglio bianco.
Per il resto ognuno ha il suo: non intendo, con questa testimonianza, dire che per tutti è così, ma in buona fede intendo dire che il processo del superamento di sé ha le sue notevoli fatiche, i suoi attriti, e questo mi sembra ampiamente sostenuto dalle testimonianze di tanti mistici. A costoro mi aggiungo nella mia irrilevanza, affinché le sciocchezze sulla fine di sé non trovino più ascolto.
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“..il processo del superamento di sé ha le sue notevoli fatiche”
Comprendo a fondo questo passaggio e tutto il post mi sembra limpido.
Un dono questa condivisione.
Grazie.