Infatti, come ho detto prima, Gesù era penetrato nel Tempio e ne aveva espulso quelli che compravano e vendevano, e cominciò a dire agli altri: Togliete ciò! Ora, vedete, io prendo questa piccola parola: Gesù entrò e cominciò a dire: Togliete ciò!, ed essi lo tolsero.
[6.] Vedete, non c’era là altri che Gesù solo, ed egli cominciò a parlare nel Tempio. Vedete, sappiatelo in verità! se qualcuno diverso da Gesù vuole parlare nel tempio, ovvero nell’anima, Gesù tace, come se non fosse a casa propria, ed egli non è a casa propria nell’anima, giacché essa ha degli ospiti stranieri con i quali parla.
Alcuni sermoni di Meister Eckhart tratti da Meister Eckhart, I SERMONI, a cura di Marco Vannini, Edizioni Paoline, 2002 per la contemplazione personale. Il grassetto e altre evidenziazioni sono opera del curatore.
Ma se Gesù deve parlare nell’anima, bisogna che essa sia sola e che taccia, se deve sentir parlare Gesù. Allora egli entra e comincia a parlare. Cosa dice il Signore Gesù? Dice cosa egli è. Cosa è dunque? Egli è il Verbo del Padre. In questo stesso Verbo il Padre stesso esprime tutta la natura divina, e tutto ciò che Dio è e tal quale lo conosce; e lo conosce tal quale è. E, come egli è perfetto nella sua conoscenza e nella sua potenza, così è perfetto anche nella sua parola. Esprimendo il Verbo, egli esprime se stesso e tutte le cose in un’altra Persona, le dà la sua stessa natura, ed esprime nello stesso Verbo tutti gli spiriti dotati di intelletto, simili a questo stesso Verbo secondo l’immagine, nella misura in cui questa permane all’interno, non tuttavia simile a questo stesso Verbo, in quanto esso risplende all’esterno (8).
Nota 8
La conformità al Verbo da parte dell’uomo non concerne l’esteriorità di Cristo uomo, che fu diverso da ciascuno di noi, ma l’interiorità dell’immagine divina: in questo consiste la vera imitazione di Cristo, e non in una impossibile e assurda imitazione di detti e fatti compiuti una volta in Galilea. Lo stesso insegnamento è recepito dall’Anonimo Francofortese nel Libretto della vita perfetta.
Ogni immagine ha di per sé un proprio particolare essere, ma le immagini hanno ricevuto la possibilità di ottenere per grazia una somiglianza con questo stesso Verbo. E guesto stesso Verbo, tal qual è in se stesso, il Padre lo ha completamente espresso: il Verbo, e tutto ciò che è nel Verbo.
[7.] Essendosi il Padre così espresso, cosa dice dunque Gesù nell’anima? Come ho detto: il Padre esprime il Verbo e si esprime nel Verbo, non altrimenti; Gesù invece parla nell’anima. Il modo della sua parola è il rivelare se stesso, come tutto ciò che il Padre ha espresso in lui, secondo il modo con cui lo spirito è recettivo. Egli rivela la sovranità del Padre nello spirito, nella medesima incommensurabile potenza (9) (A2).
Nota 9
Potenza, sapienza, bontà sono le proprietà rispettivamente del Padre, del Figlio, dello Spirito, in conformità alla teologia scolastica (cfr. Pietro Lombardo, Sentenze 1,34,3 n. 309; Tommaso d’Aquino, 5. Th. l, q. 39 a. 8), ma anche con riferimento ad Agostino, La Trinità 12,1 1,18. Tali proprietà si comunicano anche all’uomo distaccato, ormai privo dell’accidentale egoità e faro universale.
Nota A2 di uma
Come evidenzia Vannini nella nota 9, qui siamo in piena teologia trinitaria. Secondo la mia comprensione, siamo anche in piena tossicità per il contemplativo, là dove la mente si alza e oscura l’orizzonte. La questione di fondo riguarda il divenire che sorge dall’Essere e la figura del Figlio/Cristo che, per i cristiani, non può essere altro dal Padre del quale deve possedere identica natura, pur diversamente articolata.
La questione, per noi nel Sentiero, è: il Cristo come coscienza unitaria che noi concepiamo, è elemento, oggetto di contemplazione? No. Il Cristo appartiene alla rappresentazione illusoria del divenire, dell’Uno-che-diviene: è un simbolo, il dito che indica la luna. Non contempli un simbolo, ma l’essenza che indica.
Durante il rito della contemplazione della consapevolezza unitaria, ogni gesto, parola, movimento incarnano il Ciò-che-È, sono il Ciò-che-È: vuoto, eterno, Essenza. Ogni nostra costruzione, per quanto sofisticata, è espulsa, azzerata e in quel tempo non c’é Cristo, né Figlio, né Padre, né comprensione del Niente: c’è solo Niente; il Niente che è, il Ciò-che-È.
Il nostro tentativo è quello di risiedere nel Vuoto e questo impone il superamento, benedetto, di ogni conoscenza e anche di ogni consapevolezza: oltre la consapevolezza della consapevolezza unitaria affinché esista solo l’unità senza aggiunte. Unità consapevole, certo, ma che non ha aggiunte, che non si osserva, non si specchia. (Audio di VDM del 31.1.26)
Quando lo spirito riceve questa potenza nel Figlio e grazie al Figlio, progredisce potentemente (A3), in guisa tale da divenire simile e potente in ogni virtù, e in ogni perfetta purezza, così che né amore né dolore né tutto ciò che Dio ha creato nel tempo è capace di turbare l’uomo, ed egli permane potentemente come una forza divina, nei confronti della quale tutte le cose sono piccole e impotenti.
Nota A3 di uma
“Progredisce potentemente”: certamente il risiedere nella contemplazione del Ciò-che-È è un risiedere nelle neutralità e nella relativa disidentificazione da tutto il divenire, ma è anche evoluzione, trasformazione?
Sì, se associata alle esperienze che derivano dalle relazioni e che sono la fonte principale di comprensione. No, se la fonte delle relazioni è troppo povera; però, a questo livello della questione, va fatta una precisazione e riguarda l’evoluzione nel sentire del contemplante.
A seconda dell’ampiezza del sentire conseguito, esiste la necessità più o meno intensa di esperienze nel divenire. Il sentire molto ampio può avere necessità relative di sperimentare perché si trova ad affrontare sfumature di comprensione residue non ancora conseguite. Il sentire meno evoluto può avere maggiori necessità di sperimentazione essendo maggiore il compreso da conseguire. È questa, però, una tesi relativa e ogni caso è a sé stante.
Comunque, in entrambe le situazioni, l’esperienza contemplativa è un toccasana e opera come Eckhart suggerisce sebbene, secondo la mia comprensione, è necessario e prudente non separare mai la contemplazione dall’esperienza: insieme sono certamente una potenza.
In secondo luogo Gesù si rivela nell’anima con la Sapienza infinita che egli stesso è; in questa Sapienza il Padre si conosce con tutta la sua paterna sovranità, come questo stesso Verbo che è anche la Sapienza stessa, e tutto ciò che vi è incluso lo conosce come un unico Uno. Quando questa Sapienza si unisce all’anima, ogni dubbio, ogni errore, ogni tenebra le vengono del tutto tolti (A4); essa è trasportata in una luce pura e chiara, che è Dio stesso, così come dice il profeta: Signore, nella tua luce si conoscerà la luce (Sal 35,10).
Allora è con Dio stesso che Dio è conosciuto nell’anima (A5); allora, con questa Sapienza, essa conosce se stessa e tutte le cose, e conosce questa stessa Sapienza con Dio stesso, e con la stessa Sapienza conosce la sovranità paterna nella sua forza generatrice feconda, e l’essere originario nella sua essenza (10), secondo la semplice Unità, senza alcuna distinzione.
Nota 10
Ovvero l’unità essenziale di Dio, precedente alla distinzione delle Persone.
Nota A4 di uma
“Ogni tenebra le vengono del tutto tolti”. Certamente accade questa esperienza – in alcune situazioni assolutamente pura e incontaminata – ma più frequentemente quello che si verifica è il convivere simultaneo di quell’ambito alto e incorrotto con il fluire di una discreta relatività e anche contraddittorietà.
La consapevolezza abbraccia l’intero spettro del Reale: l’unitario e il contingente, il vasto Essere e il pensiero e il gesto limitati. Ci sono esperienze incontaminate e vaste, anzi, questo è il fondo permanentemente presente, ma solo in alcuni casi sono dominanti, più frequentemente convivono con stati più limitati.
Nell’immagine che segue, tre diverse situazioni: il viola è la consapevolezza unitaria e vasta, l’ocra il contingente e limitato. Entrambe le situazioni sono sempre presenti – esclusi i casi di esperienze mistiche molto intense, di apici di contemplazione in cui tutto il contingente si azzera – e la consapevolezza unitaria registra entrambi gli stati, il loro alternarsi, la preponderanza dell’uno o dell’altro.
Definirei questa come la condizione ordinaria del contemplativo, una simultaneità di percezione di stati complessi non semplificabili e riducibili all’on/off.
In sé, la presenza della condizione unitaria non è variabile, nel disegno se ne rappresenta la consapevolezza che è invece fluttuante. Intendo dire che esiste una consapevolezza profonda assimilabile a una linea retta e una consapevolezza emergente fluttuante. Il contemplativo che ascolta in profondità l’Essere non può non registrare questa complessità.

Nota A5 di uma
“È con Dio stesso che Dio è conosciuto nell’anima “. Chi conosce chi? Affinché possa accadere questa contemplazione ultima, non può esserci “qualcuno” che contempla, esiste solo la contemplazione che accade. Allora l’Unità è consapevole di se stessa. Ciò che viene sentito è il sentire unitario-che-è. Il sentire sente se stesso, emerge quella consapevolezza. Questo è certamente l’apice di ogni contemplazione e non necessariamente è legato a una qualche fenomenologia, può essere, anzi normalmente è, estremamente feriale.
[8.] Gesù si rivela anche con una dolcezza e pienezza infinite, che scaturiscono dalla forza dello Spirito santo e traboccano e si effondono, con una pienezza e una dolcezza ricca e sovrabbondante, in ogni cuore recettivo. Quando Gesù si rivela con questa pienezza e dolcezza (A6) e si unisce all’anima, l’anima con questa pienezza e dolcezza fluisce in se stessa e fuori di se stessa e al di sopra di se stessa e di tutte le cose create, per grazia, con forza e senza mediazione (11) tornando nella sua origine primaria. Allora l’uomo esteriore obbedisce all’uomo interiore fino alla sua morte, e allora è sempre in una costante pace (A7), al servizio di Dio (12).
Che Dio ci aiuti perché Gesù possa così giungere in noi, respingere e allontanare tutti gli ostacoli, renderei Uno come egli è Uno, un Dio con il Padre e lo Spirito santo, perché diveniamo e permaniamo eternamente Uno con lui. Amen.
Nota 11
Che Dio e il divino operino senza mediazione (ohne mittell è concetto essenziale in Eckhart, spesso ricorrente. Infatti Dio è l’essere di tutte le cose, che da lui provengono, e dunque è intimamente ripugnante l’idea di un qualche intermediario tra Dio e le cose, che sarebbe come qualcosa di frapposto tra Dio e Dio.
Nota 12
Questa frase fu incriminata dai censori di Colonia, che vi videro una sorta di affermazione quietistica, quasi la “impeccabilità” dell ‘uomo distaccato. La coppia antinomica uomo esteriore/uomo interiore risale a Paolo (2Cor 4,16), ma è, prima ancora, platonica (Politico 589 a) e plotiniana (Enneadi 5,1,10).
Nota A6 di uma
“Gesù si rivela”: obbedisce Eckhart a un archetipo che attraversa il tempo e personalizza l’Essere, archetipo che per me, e immagino anche per altri, è stato di grande ostacolo (si legga la nota 11 di Vannini). Identifica il mezzo (Gesù) con il fine (l’Assoluto Essere) ed è comprensibile all’interno di una concezione teologica trinitaria e di un tempo storico. L’esperienza personale mi dice che progredendo nella comprensione il linguaggio si fa neutrale alla pari del sentire, e ogni personalizzazione e immaginazione tendono a scomparire.
Questo vale nell’esperienza intima, meno in quella condivisa e proposta. In quel contesto il linguaggio si arricchisce di simboli, immagini, metafore al fine di essere inteso. È singolare, ad esempio, come il mondo laico – che dovrebbe essere ricettivo rispetto a un linguaggio più neutrale – quando affronta questioni di natura spirituale finisce per usare i codici espressivi dei credenti. A questo riguardo è impressionante come ancora, frequentemente, in questo tempo l’ambiente culturale progressista non sappia parlare di spirito se non con i linguaggi e le immagini dei cattolici.
Nota A7 di uma
“Allora l’uomo esteriore obbedisce all’uomo interiore fino alla sua morte, e allora è sempre in una costante pace, al servizio di Dio.”
L’umano esteriore e l’umano interiore non sono mai perfettamente allineati se non altro a causa della meccanica dei corpi transitori, per non dire che non c’è incarnato che non abbia sfumature di comprensione da completare e che, pertanto, non manifesti incoerenze.
La “costante pace” è in realtà uno stato alquanto complesso, stato che ha un fondo di pace ma l’espressione di Eckhart non rappresenta questo, non in questo caso.
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Se Gesù deve parlare nell’anima, bisogna che essa sia sola e che taccia. Parole semplici dal contenuto profondo. Grazie