Il processo del proprio scomparire come sé

Non si scompare come soggetto autoreferente perché lo si vuole, ma perché si vanifica ogni autoreferenzialità.

Come avviene il vanificarsi di ogni autoreferenzialità? Innanzitutto definiamo cosa sia l’autoreferenzialità:

la centralità dei propri bisogni, dell’immagine di sé, della conferma di sé e, infine, del proprio esserci ed esistere. L’autoreferenzialità è la realtà ricondotta a sé. La realtà unitaria accade in assenza di un sé, l’autoreferenzialità ha sé al centro e frantuma il reale unitario.

  • Centralità dei propri bisogni;
  • della immagine di sé;
  • della conferma di sé;
  • del proprio esserci/esistere.

Questo insieme genera uno specchio su cui si riflettono i dati in circolazione tra coscienza ed esperienza. Questo specchio è l’autoreferenzialità: l’autorizzarsi a essere un sé centro focale di un mondo.

I bisogni contribuiscono a generare l’immagine di sé: questa ha, per lunghe stagioni, bisogno di essere confermata. La conferma conferisce il senso di essere/esistere come un sé (l’Essere/Esistere è un’altra cosa).

La destrutturazione della personale autoreferenzialità si consolida man mano che il focus della consapevolezza si sposta sul sentire. Minori forze vengono utilizzate sul piano autoriferenziale, ma tutto ciò che c’è su quel piano viene a entrare in un circolo che, qualche volta, è anche un frullatore.
Proprio perché le forze a disposizione di quella rappresentazione cambiano, un ordine e un “equilibrio” vibrazionali si perdono e i frammenti di quell’ordine vagano, si scuotono e producono impennate.

La focalizzazione sul piano del sentire permette una relativa emancipazione delle dinamiche autoreferenziali, allo stesso modo in cui l’età anziana e il ritrarsi della coscienza dalla connessione con i corpi transitori agevolano un certo abbassamento della soglia di censura di certi contenuti interiori.

Maggiori le forze di consapevolezza sul sentire, minore il controllo sulle dinamiche identitarie residue. Questo è un livello della questione, ma è in fondo secondario.
L’ho impostato perché c’è, diffusissimo, il mito dell’evoluto tutta pace e armonia e mi interessa dissacrarlo. Le dinamiche autoreferenti hanno alle spalle situazioni complesse e non semplificabili, e comprensioni in divenire anche nell’individuo evoluto.

L’evoluzione è la vita nel sentire, è la dominanza di questa, ma l’organizzazione autoriferenziale cede il passo solo un poco alla volta. E quando cede il passo non necessariamente lo fa con giudizio: ecco che le scene che si presentano possono avere un impatto, anche una rilevanza, essere contraddistinte da quello che è stato definito come un combattimento.

A me il termine non piace, ma è certo che focalizzazione su un sentire evoluto non significa ingresso in un ambito di esperienze lineari, tutt’altro.
L’estremamente alto se da un lato sublima il basso, dall’altro, in alcuni suoi aspetti, lo libera, gli permette di affrancarsi dal controllo. Il basso si emancipa, direbbe con altre parole, R. Steiner.

Ogni aspetto dell’autoreferenzialità che si emancipa e compare in alcuni frangenti testimonia un non compreso? È difficile dirlo con certezza, è possibile ma non sempre, non comunque.

Come alla fine della vita attiva, da anziani, inizia il processo della revisione del proprio passato, così il liberarsi dalle priorità del divenire e di sé produce molte manifestazioni della natura di quel sé che si sta abbandonando. Esso scorre davanti ai propri occhi, è scene consapevoli e lucide, manifestazione patetica e inclemente.

Noi siamo quello? Ecco qui sta la vera questione: quello che scorre, quello che in alcuni frangenti ci coinvolge, è quello che siamo ora, in questa stagione del nostro sentire? No, è quello che sta morendo e lo vediamo lucidamente proprio perché non siamo più quello, perché è divenuto altro da noi e come altro lo sentiamo.

Finché eravamo quello non c’era piena consapevolezza di cosa fossimo, ma oggi c’è: certamente attraversata da identificazioni di vario grado, ma c’è una consapevolezza generale che non siamo niente di quello, o veramente molto poco.

Quello è ciò che ha agito nel tempo, quello viene come verifica anche per comprendere quanto profondo sia il cambiamento. Quello è anche una sfumatura di comprensione che va a essere superata: è un complesso di fattori interagenti che parlano di un mondo che sta collassando.

Più il risiedere è alto, più il basso sembra un campo di macerie, almeno per un certo periodo. Poi viene compreso come tutto sia accaduto per necessità esistenziale, come fosse ampiamente inevitabile. Allora convivono lo sguardo vasto e unitario e la consapevolezza di tanti limiti incarnati nel tempo.

Convivono le ampiezze, le gioie, le benedizioni e i sussulti per certe situazioni vissute, per certe cadute e mancanze. Tutto l’alto e tutto il basso sono simultaneamente presenti, ma noi non siamo quello, il piano dominante non è in discussione e, soprattutto, non lo è l’insieme unitario.

La costruzione autoreferenziale si disgrega e lo vediamo perché “tenta” di conquistarsi degli spazi ma non è sorretta dal sentire: è una dinamica fisiologica ma non ha forza, non è innervata di forza vitale, di quella che sorge dal sentire.

Riguarda i corpi transitori, il costrutto autoreferenziale, ma non ha più energia, la coscienza non la sostiene più perché è altrove orientata e trae i suoi dati da altri piani, di altro si struttura e si compone.

5 commenti su “Il processo del proprio scomparire come sé”

  1. La descrizione fatta del processo dello scomparire porta chiarezza perchè sposta il focus sul crollo dell’autorefenzialità non come atto volontario diretto ma come conseguenza di una focalizzazione continua sul sentire. Parole che risuonano e non solo, ci fanno capire come tu sia un passo avanti a noi e ci apri la strada. Tanta gratitudine per questo.

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  2. Come sempre, sei capace di descrivere in modo nuovo, processi che siamo abituati ad interpretare con registri consolidati.

    Intuisco ciò che viene descritto, ma non posso dire che sia condizione abituale.
    Grazie per quest’ulteriore sprone ad andare a fondo dei processi.

    Rispondi

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