Qualunque sia la ragione per cui un sasso cade nello stagno, produce comunque un mutamento nell’equilibrio di quell’ambiente.
Nel nostro ambiente esistenziale, il sasso è rappresentato da innumerevoli fattori: esterni, comunicati dai sensi fisici; interiori, registrati dai sensi dei vari corpi.
Il “sasso” può essere molto impattante o un leggerissimo impulso, comunque il sistema lo registra e, da qualche parte, lo archivia.
Il “sasso” è l’altro che viene, è qualcosa che va di traverso, è una parola sussurrata, è il sorgere, chissà da quale profondità, di un disagio: se il sistema è ricettivo, se è vigile e consapevole, non si lascia sfuggire nessuno di questi movimenti e sente il suo “stagno” mutare stato per un dato tempo e poi cercare un nuovo equilibrio.
L’equilibrio che si realizza dopo un qualche sommovimento è sempre a un livello più complesso, sofisticato, evoluto rispetto al momento precedente l’impulso.
Un conflitto, un senso di colpa, un dubbio, una provocazione, una noia, un avvilimento sono niente altro che l’attività biologica del lievito nella massa del pane, producono una fermentazione, una trasformazione dell’insieme che muta stato, forma, vibrazione.
Qui non voglio parlare degli aspetti più comuni dell’azione del lievito esistenziale, ma di ciò che accade in una situazione specifica, durante il rito della Contemplazione della consapevolezza unitaria.
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È un rito composto da molti silenzi, da alcune parole e canti, da numerosi gesti e dalla condivisione finale del pane e del vino simbolo della Coscienza Unitaria.
Quei silenzi sono lievito; quelle parole, quei gesti sono lievito.
Ogni silenzio contiene in sé uno stato vibrazionale: lo è, lo genera, lo accoglie.
Ogni silenzio – quando la presenza di sé si attenua fino a scomparire – è vuoto e pieno, assenza e presenza, transumanza di stati e assenza che conduce sul margine dell’abisso.
Il partecipante che coltiva una disposizione contemplativa sente il silenzio, è la complessità del silenzio, vive l’ecologia del silenzio e sente gli equilibri che mutano, sente sé mutare.
I nostri silenzi avvengono, durante il rito, nell’immobilità: nella sospensione del veicolo fisico, tutto il resto è in diverso e mutevole dinamismo, crea un equilibrio, lo distrugge, lo supera. Il silenzio è uno stato esistenziale, è un presente complesso e senza tempo quanto l’utero dove il seme lievita.
Non tempo, non utilità, non senso che convivono con un fermentare indipendente da ogni volontà, da ogni decisione: c’è un vuoto quanto una complessità, c’è una linearità frammista a incoerenze e contraddizioni in questo silenzio: è un mondo vitale, è lo stagno, è il fondo dell’esistenza quotidiana, è lo specchio del disagio e della quiete.
È senza tempo e ha tempi interminabili; è pazienza e arrendersi, è protesta e ribellione.
È complessità – ripeto questo termine per quelli di voi che ancora non ne comprendono appieno la profondità – di un ambiente vibrazionale in costante trasformazione quanto al di là di ogni trasformazione. È l’apparente assurdo di Essere e divenire che mai sono due.
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Durante il rito ci sono anche due canti brevi, ripetuti tre volte ciascuno, la recitazione delle Beatitudini (così come sentite nel Sentiero), la recitazione del memoriale del Cristo che precede la condivisione del pane e del vino.
Parole la cui genesi non è nella mente ma nel sentire: nemmeno una di quelle parole è figlia di una mente, tutte sono la decodifica di un sentire e di questo portano la vibrazione, l’essenza di sentire.
Parole che, pronunciate, non sono solo suono, sono sentire che diviene forma: il sistema dell’orante è una membrana di sentire che vibra e, con la sua vibrazione, rende il sentire intelligibile ai sensi dei corpi transitori. Il pronunciare le parole è rendere percepibile il mondo del Ciò-che-È, l’invisibile diviene percepibile, l’Essenza diviene impatto sui sensi.
Le parole non valgono per quello che dicono ma per quello che Sono. Pronunciarle è declinare l’Essere. L’orante è interno e fuso in questo insieme complesso, non è l’artefice, è parte tra le parti, non diviso, non separato, non altro.
L’orante è la parola e la parola è l’orante e entrambi sono il transito del sentire, l’essere del sentire, l’Essenza del sentire che È e diviene. Sebbene l’orante compia un atto di volontà nel proferire la parola, essa fluisce non attraverso lui ma essendo lui: ogni dualità è superata.
Il piccolo movimento del volere che abilita il cantare o il recitare, è il compiersi del miracolo dell’unità: la parola, il sentire, già sono, oltre il tempo: divengono totalità unitaria in virtù di quel minuscolo atto di volontà, di quella invisibile scelta che ciascun orante compie. Lì il circolo unitario dei dati diviene completo ed Essere/divenire manifestano la loro unità indissolubile.
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Infine, durante il rito, ci sono i gesti: gli inchini, le prostrazioni a terra nell’inchino profondo: il sentire, la parola divengono gesto, corpo, sensazione. Un insieme vibrazionale che sorge dall’Essere eterno e immutabile diviene forma, tempo, movimento.
Il circolo è totale e compiuto: nell’umano il sentire più alto deve incarnarsi, l’Amore più alto si lega a un gesto, la Compassione più profonda diviene una mano tesa, una disponibilità chissà dove e a chi offerta.
Il prostrarsi a terra avviene dopo che le mani, lentamente, si sono giunte davanti al petto: chi è unità può conoscere l’annullamento di sé, l’abbandono di sé, l’offerta della propria esistenza implicita nella prostrazione a terra.
Solo se conosci l’esperienza unitaria di quelle due mani, simbolo del divenire, che si riassumono nel centro della coscienza, solo se le senti nella loro vibrazione vitale fondersi tra loro e con il sentire, solo allora puoi iniziare la discesa nelle viscere della terra, discesa che impone che tu ti perda, che tu scompaia.
L’umano che si prostra non è l’umano integro e magari con qualche senso di sé, è colui che rinuncia a sé: colui/ei che si prostra è un insieme che si sgreotola, una costruzione che crolla, un albero che collassa, un sé consapevole di non essere diviene terra, azzeramento, riduzione ai termini minimi.
In quello sgretolarsi di sé, i palmi delle mani rimangono rivolti verso l’alto: accoglierò tutto ciò che potrà accadere; accoglierò ciò che viene come ciò che è, come il Ciò-che-È. Quell’essere a terra, con i palmi rivolti verso l’alto, è l’equivalente dell’Amen pronunciato tre volte, la disponibilità a non resistere, a non frapporsi, ad arrendersi ogni volta.
A terra è il simbolo di una radicalità, di una totalità, di un abbandono che non fa i conti del bottegaio. A terra non è in ginocchio, non è seduti, non è uno di quegli inchini formali: a terra è a terra, non c’è più niente dopo la terra, è il basso, lo scomparire, l’irrilevanza e l’offerta di una disponibilità.
Sono a terra e di più non posso essere, tutto è perduto ma offro una disponibilità affinché, nonostante me, altro possa sorgere.
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Da questa resa totale sorge la legittimità a vivere, a sperimentare, a condividere, a ripetere, a reiterare la comunione d’Essere tra il Cristo/Coscienza Unitaria e i suoi discepoli.
Comunione che non è un fatto nel tempo passato, ma è vibrazione d’Essere senza tempo.
Comunione d’Essere che diviene l’esperienza di chi, in qualsiasi tempo cronologico, apre le mani a quello stato d’unione.
A terra, prostrati e consapevoli della nostra irrilevanza, apriamo le mani all’esistenza.
In ginocchio, vuoti di ogni aspetto che ci definisca, compiamo i gesti del mangiare il pane e del bere il vino: assumiamo in noi l’essenza della comunione unitaria, vibriamo con quell’Essenza unitaria, consoniamo sulla stessa frequenza d’onda.
Il Maestro divise il pane e il vino con i discepoli, condivise l’Essenza del suo essere, della sua condizione unitaria: pose in comunione se stesso, il Ciò-che-È di quell’attimo eterno.
Quella comunione vibra incurante del tempo e ciascuno di noi la intercetta con la disposizione delle sue mani aperte, del suo vuotarsi di sé per essere accoglienza, vuoto, esistenza disposta all’accadere del Determinate, affinché solo Ciò-che-È sia.
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Leggere queste parole è ritrovarsi dopo essersi smarriti.
Sicuramente la tua parola è “lampada per i nostri passi e luce sul nostro cammino”.
“nell’umano il sentire più alto deve incarnarsi, l’Amore più alto si lega a un gesto”
Dice il Vangelo di Giovanni : “la Parola si è fatta carne e ha posto la sua dimora (= tenda di nomade) in mezzo a noi”
Amoe/ Parola/ Gesto unità inscindibile, nell’illusorio divenire e nell’immutabile Essere
“”A terra, prostrati e consapevoli della nostra irrilevanza, apriamo le mani all’esistenza.”
Grazie!
Ogni volta mi stupisco di come uma, riesca a dare parole al sentire e a descriverlo in maniera tale che il lettore per comprendere, deve cercare nella propria esperienza di sentire. Ogni tentativo di spiegarlo con la mente, è inutile.