Cerchio Firenze 77: continuità d’essere fino alla comunione 41

[…] Il discorso che voglio fare riguarda la consapevolezza di sé: il sentirsi d’essere.

L’uomo limita se stesso alla propria consapevolezza; l’antico cogito ergo sum solo ora comincia a essere rivalutato, o meglio ridimensionato, in seguito all’ipotesi che l’esistenza non sia tutta contenuta nel pensiero consapevole. E in effetti l’essere va oltre il pensiero, oltre la facoltà di pensare. Ma di fatto, nell’uomo comune, il senso della propria esistenza è ancora tutto
legato all’io. Perciò da qui noi dobbiamo cominciare.

Non è la prima volta che c’interessiamo dell’io, altre volte ne abbiamo parlato; ora da un punto di vista etico, ora analitico, fino ad affermare che nella struttura dell’individuo l’io non esiste. Infatti se, come abbiamo detto la volta scorsa, in Realtà esiste solo l’Unità, allora il senso dell’io, del sentirsi diversi e distinti, appartiene all’apparenza. Se in effetti siamo un solo essere, allora il senso dell’io che si oppone al non-io non ha fondamento. «Ma – direte voi – da questo punto di vista, dal punto di vista della Realtà oggettiva, null’altro esiste, oggettivamente, se non Dio; e perciò non solo non esiste l’io, ma neppure l’individuo inteso come ente reale, preso a sé, distinto da ogni altro della medesima specie». Non c’è dubbio. Ma ciò che intendo significare è che, pur restando nell’ambito del relativo e quindi del molteplice e del soggettivo, l’io non fa parte della struttura dell’individuo, essendo il suo modo di concepire la Realtà, un’opinione derivante da un’errata percezione del reale.

A chi volesse approfondire la tematica dell’Io consigliamo il lavoro del Cerchio Ifior che su questo tema ha a lungo lavorato.
Ciclo di 7 post sull’Io
I 7 post in formato PDF

Da ciò si comprende che con “io” noi intendiamo qualcosa di diverso dall’io filosofico
che sta a designare il soggetto pensante e cosciente delle proprie modificazioni; o dall’Ego della psicoanalisi inteso come principio della coscienza, su cui agiscono le due forme inconsce Es o Id, ossia le tendenze ereditarie e istintive, e il super-io, ossia il complesso delle regole morali.

Per noi l’io è il principio della consapevolezza contenuta o, se preferite, non ancora liberato da una concezione dualistica della Realtà.

Dicendo che l’io non fa parte della struttura dell’individuo, intendiamo significare che il principio della consapevolezza può esistere, o meglio ancora, è votato a esistere al di là della concezione io-non io. Per noi – ancora una volta lo ripetiamo – l’individuo non è un io che «sente», ma un «insieme di sentire».

Allora da che cosa nasce il senso dell’io? È chiaro che parlare di io, significa parlare di livello di evoluzione umana. Nel super-uomo, cioè in colui che ha già lasciato la ruota delle nascite e delle morti, non esiste più l’io, ma ciò non significa che non esista la consapevolezza di sé.

  • L’io nasce innanzi tutto dalla limitata percezione che l’uomo ha; ossia dal ristretto campo della sensibilità ricettiva. Se l’uomo ha fame, non si sfamerà vedendo mangiare un altro.
  • Da ciò nasce la convinzione che il proprio essere non si estenda oltre la possibilità di ricezione consapevole.
  • Nasce la distinzione fra ciò che colpisce direttamente e quello di cui non si ha cognizione.
  • V’è poi il ricordo che, tenendo ben presenti le esperienze consumate e i limiti entro cui esse toccano, contribuisce a ben identificare il campo della propria ricezione e quindi alimenta, così, il senso di separatività.
  • Inoltre il ricordo crea la continuità dell’io nel tempo. «La tal cosa è accaduta a me».

Ora, se voi pensate a quando eravate dei fanciulli, voi pensate a un dato momento della vostra esistenza; eppure i fanciulli che eravate erano ben diversi dagli uomini che siete. V’è differenza nelle azioni, negli interessi, nei desideri, nelle emozioni, quasi che si trattasse di un altro essere; ma il ricordo vi garantisce che si tratta di voi stessi. Se qualcuno vi dicesse che avete avuto una vita in precedenza all’attuale, certamente questo fatto vi incuriosirebbe, ma la prova di ciò potrebbe venirvi solo dal ricordare quella vita. Eppure quante azioni di questa attuale esistenza non ricordate e non v’è dubbio che voi le avete compiute! Dunque il ricordo, che secondo voi garantisce la continuità del vostro essere, quando manchi, non prova che questa continuità non vi sia. Se parlo del ricordo è perché voi date tanta importanza a esso al fine dell’identificazione di voi stessi.

Il ricordo, come ho detto, vi garantisce che voi continuate nel tempo. Ma è un errore collegare se stessi al ricordo; la continuità sta nello stesso sentire d’essere, nell’essere in sé che non cessa, e non può cessare d’essere. Il ricordo perisce, si può anche dimenticare chi si è o chi si è stati, come nei casi di totale amnesia; ma il sentirsi d’essere non cesserà mai. E questo sentirsi d’essere non è destinato a perire come perisce il ricordo, ma ad ampliarsi sempre di più, fino a sussistere indipendentemente dai pensieri, dai desideri, dalle sensazioni; anzi, nel silenzio di que­sti, a espandersi talmente da abbracciare tutto quanto l’io esclude: il non-io.
La vostra esistenza futura, quindi, non prevede la continuazione delle vostre limitazioni, della ristretta concezione dualistica che voi avete della realtà, dell’io che è limitazione; ma l’espansione del vostro essere, l’effusione, la comunione con tutto quanto esiste.

Ora, se la considerazione che il non ricordare un dato momento della propria esistenza non significa che quel momento non sia stato vissuto, la si sposta dal ricordo alla consapevolezza del presente, se ne deduce che il fatto che nel presente non si sappia o non si «senta» qualcosa, non significa che questo «qualcosa» non faccia parte di se stessi.
In altre parole: premesso che l’essere uomo va ben oltre l’io, sia inteso come soggetto pensante che come principio della consapevolezza – perché l’essere ha una parte inconscia e ciò è ormai universalmente accettato, tanto che stima la parte inconsapevole assai più grande di quella consapevole – vi domando fino a che punto è vera ed è giusta la concezione che si ha della realtà, basata unicamente sul ricordo e sulla consapevolezza del presente? Può nascondere, quella parte inconscia dell’essere, qualcosa che modifichi totalmente la concezione della realtà secondo lo schema io-non io?

E che cosa vi accadrebbe se – come dopo il trapasso vengono ritrovati i ricordi di precedenti incarnazioni – a un dato punto della vostra esistenza di individui trovaste non la consapevolezza d’essere stati qualcun altro, ma la consapevolezza d’essere qualcun altro? Che so! D’essere l’aggressore e l’aggredito, d’essere insomma tutto quanto una concezione ristretta, che voi avete attualmente, vi fa escludere di essere. D’essere io e non io? Meditate su questi interrogativi. Vi aiuteranno ad avvicinarvi a un nuovo modo di concepire la realtà.

1 commento su “Cerchio Firenze 77: continuità d’essere fino alla comunione 41”

  1. Mi viene da dire che ogni esistenza è relativa, che il fine ultimo trascende ogni vita vissuta, che è solo rappresentazione con lo scopo di acquisire autoconsapevolezza.
    Per poi scoprire che siamo oltre tutto ciò che ci rappresentava.

    Rispondi

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