solilòquio s. m. [dal lat. tardo soliloquium; propr. «il parlare a sé, tra sé stesso»]. Treccani
La sera, quando sono troppo stanco per scrivere o lavorare sui materiali dei siti, mi accade di ascoltare alcune conferenze di Cacciari o di Vannini: tutte molto interessanti, ma è ascoltandole che in me si è rafforzato il dubbio espresso nel titolo di questo post. Rafforzato, perché l’aver interiorizzato l’insegnamento del Cerchio Firenze 77 e del Cerchio Ifior non mi rende di certo nuovo a questi temi che, anzi, fanno parte della riflessione quotidiana.
Da una settimana circa, ho iniziato a lavorare sui sermoni di Meister Eckhart: lo conoscevo vagamente perché nello Zen alcuni autori ne parlano, ma non l’avevo mai affrontato direttamente.
Lavorando sui suoi contenuti mi risultano evidenti il valore e il limite: parla di sé, del suo compreso, delle sue idealizzazioni, degli archetipi cui fa riferimento. È come essere a teatro, sul palcoscenico avviene una rappresentazione di qualcuno che non fa che narrare di sé.
Stessa impressione quando ascolto Cacciari e Vannini: non conta quanto alte siano le cose che affermano, sono comunque gli aspetti di una rappresentazione, la loro rappresentazione. Sono oggettivi i contenuti che tutti costoro portano?
Oggettivi nel senso di universali? Ho ampi dubbi. Gran parte di ciò che i tre autori citati esprimono può essere confutato, ma non ho la preparazione adeguata per entrare in questa discussione e, comunque, non è il tema che qui voglio trattare.
Lavorando su Eckhart mi accorgo come la sua esperienza mistica sia la sua e risponda ai canoni dell’archetipo mistico cristiano: una rappresentazione in costume, nel costume dei cristiani. È diverso per la rappresentazione a cui io do luogo? Non credo proprio, semmai è un po’ più complicata la decodifica della rappresentazione avendo riferimenti deboli agli archetipi condivisi.
Ciascuno di noi mette in scena se stesso a proprio beneficio evolutivo. Qualcuno che non sia noi stessi ne trae beneficio? Ho seri dubbi dal momento che ognuno percepisce il necessario evolutivo a sé, dunque se tu sei in una mia scena di vita io non ti vedo per quello che sei ma per come sei funzionale a me. Questo in virtù della questione delle varianti e dell’assenza di qualsivoglia oggettività, se non quella scenica.
Un grande/piccolo, nobile/miserabile teatro dove avviene la manifestazione del compreso ma soprattutto del non compreso, e dove solo noi sappiamo quello che in effetti sta accadendo, solo noi conosciamo la vera scena.
Ora, affermo questo non tanto perché mi sono indottrinato con la lezione dei vari Cerchi che comunicano da un oltre che in tanti negano, ma perché la vita nel sentire mi svela, attimo dopo attimo, che solo tu senti a quel modo, e solo in pochi casi quel tuo sentire vibra all’unisono con quello di altri.
Se allora tu solo vibri a quel modo, senti a quel modo, è chiaro che anche tu solo percepisci a quel modo, solo in te esistono le risorse per percepire ciò che stai mettendo in rappresentazione. Tranne che nei casi di comunione nel sentire, per il resto la tua rappresentazione rimane entro i confini del tuo essere: tu la generi, tu la percepisci.
Leggo Eckhart – che ha parlato circa ottocento anni fa – e sento i passaggi in cui c’è comunione e quelli in cui narra solamente di sé, del suo mondo interiore: sperimento la comunione nel sentire come la lontananza data dal non avere archetipi comuni.
La comunione del sentire non è la condivisione degli archetipi transitori, non per me almeno. Ogni archetipo transitorio è una declinazione dell’archetipo permanente di riferimento, ma esprime un dato spettro di sentire: a me accade, lavorando su Eckhart (ma vale anche per Vannini e Cacciari), di comprendere gli archetipi a cui si riferisce – dunque il grado di sentire che porta e conduce a manifestazione – ma non è la mia rappresentazione, è la sua (è la loro).
Qui non introduco un giudizio di merito, di valore, ma esprimo un fatto, una presa d’atto: quelli sono mondi in rappresentazione, questo è un mondo in rappresentazione e sono alquanto diversi. La mia esistenza è un mondo chiuso, conchiuso in sé? Ma proprio no, se lo fosse tratterei solo di me e invece il confronto con l’altrui sentire è di stimolo e di sprone. Questo però non aggiunge niente al fatto che il soliloquio sia piuttosto evidente.
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L’esistenza un soliloquio, sintesi perfetta! Grazie.
Credo di comprendere la posizione di uma, quando afferma che sostanzialmente la narrazione è solo nostra.
Diventa evidente quando parliamo e l’altro non solo non ascolta, ma nell’interloquire, non fa altro che ribadite sé stesso.
Ma a questo punto dovremmo interrogarci sulla opportunità della relazione. Quante volte abbiamo detto che è fondamentale perché ci fa da specchio.
Riconosco inoltre che c’è comunione solo nella prossimità di sentire e questo si manifesta a volte, non solo con persone vicine, ma anche con persone di cui quasi nulla si conosce, ma di cui percepisco una prossimità.
La via dell’osservare non cambia i contenuti della narrazione,
ma apre alla consapevolezza e a un ritrovare la propria centratura.
Mi capita di leggere o ascoltare conferenze sui temi spirituali o sociali e sempre mi sembrano distanti , come una recita , appunto , quando li percepisco distanti dal mio sentire e questo accade sempre più spesso .
La necessità di questo tipo di ascolto / lettura è venuta meno .
Solo se ascolto esperienze di monaci nel loro vivere la giornata , ricavo una prossimità.
I post di Uma sono ancora grandi insegnamenti perché ti spingono a guardare oltre .
Anche se lui li chiama soliloqui , per gli attori che ascoltano sono esperienze che arrivano e ampliano il sentire , Non entri nella questione della presenza o meno degli attori .