Contemplazioni, non commenti, sul testo della via della Conoscenza: il dolore per una perdita e la scomparsa di sé.
In ogni rappresentazione umana c’è sempre un qualcuno da una parte e un qualcuno dall’altra: due qualcuno che entrano in una relazione asimmetrica, cioè non determinata da quello che potenzialmente uno può offrire e da ciò che l’altro concretamente offre.
Ma è possibile anche una terza chiave di lettura della relazione, che dice che non c’è un interscambio fra due qualcuno, ma fra un qualcuno e nessuno. Si tratta comunque di una relazione, perché il qualcuno, che è l’uomo, si identifica in se stesso e si mette in relazione con altro che non è niente di ciò che lui pensa, e purtuttavia non può che rivestirlo di aggettivi favorevoli e di fronzoli umani.
In questa terza concettualizzazione si sottolinea, nella via della Conoscenza, che la relazione che l’uomo stabilisce con il Divino è illusoria, in quanto l’uomo vive se stesso come una realtà separata, mentre non-è. Ciò che c’è è nessuno.
“Vive se stesso come una realtà separata, mentre non-è”
In una visione non infantile si tende a togliere ogni attributo al Divino, ma questo non significa che si vada oltre la logica della relazione; quella logica spesso permane perché colui che si interroga rimane – nella sua percezione e comprensione – come interrogante altro dall’interrogato.
Un interrogante che indaga il mistero dell’Essere è interno ad una logica di relazione? Non necessariamente. Qui non mi interessa la teoria ma l’esperienza viva e personale.
Osservo, ascolto, sento senza fine la natura dell’Infinito Essere e non la coloro, non aggiungo, lascio cadere ogni più piccola scoria e contemplo il Vuoto Essere: non c’è relazione alcuna, non c’è qualcuno che contempla nessuno, c’è nessuno che È nessuno, così come può accadere in quel momento senza tempo.
Essere-uno: contemplando lo stato profondo, emerge naturalmente questa condizione. Non c’è sforzo né volontà. La frattura si crea solo quando dei moti sorgono e viene dato loro spazio attraverso l’identificazione.
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C’è spesso, all’origine di una narrazione, un sentirsi inadeguati: forse un sentire che avverte una stonatura.
Questione decisiva. Cosa ci separa dall’Essere Assoluto? La narrazione, la predisposizione nell’umano, fino a un certo punto del suo cammino evolutivo, ha costruire narrrazioni ed aderire a queste. In ultimo, la narrazione del “non essere degno” del Divino. Non è forse questa un’ulteriore aggiunta che chiude invece che aprire all’esperienza dell’Assoluto Essere?
Non di immediata comprensione. Più che da ruminare, credo sia necessario sentire la pregnanza di ogni affermazione.