Commento di uma al capitolo precedente, [braak29].
Analizzerò le espressioni seguenti.
- D’altra parte, l’approccio improvviso rischia di cadere in quella che Sharf chiama “l’eresia di Alan Watts”: la pratica è un mezzo per realizzare l’illuminazione, siamo tutti già illuminati, quindi non c’è bisogno di praticare.
- Secondo Sharf, gli scritti sulle esperienze di illuminazione sono destinati principalmente ai praticanti laici del buddhismo, al fine di motivarli a praticare. Per loro, la formazione pratica della pratica monastica formale non è disponibile. Trasformando la saggezza buddhista in un evento mentale, diventa possibile evitare i rigori della formazione rituale monastica. Di conseguenza, sostiene Sharf, in un’epoca in cui il rituale è considerato una scienza errata, la pratica buddista diventa psicoterapia. Egli aggiunge che il passaggio all’esperienza non discorsiva è avvenuto anche perché le strategie tradizionali di legittimazione (autorità istituzionale e scritturale) non funzionavano più. Questo è il motivo per cui viene enfatizzata l’esperienza come forma di conoscenza superiore e diretta, a scapito della conoscenza indiretta derivante dai libri o dagli insegnanti.
1. “la pratica è un mezzo per realizzare l’illuminazione“
Non so se l’affermazione sia di Watts – non l’ho mai letto pur sapendo che è una pietra importante nella costruzione dello zen in Occidente – ma di chiunque sia sottintende, a mio parere, una non comprensione.
La pratica dello zazen non è funzionale ad alcunché; è parte di un complesso unitario fatto di disposizioni interiori e di pratiche che, unite al complesso delle esperienze della vita, possono produrre comprensione, ampliamento del sentire e quindi realizzazione/illuminazione.
Secondo la mia comprensione, non c’è qualcosa di specifico che determini lo stato di illuminazione: né lo zazen, né lo studio, né le opere, né la relazione col maestro. Queste non sono che esperienze di vita che si fondono e intrecciano con altre esperienze ed è in virtù di questa complessità di esperienze che il sentire si struttura, e lo fa perché il sentire è comprensione e le comprensioni avvengono sperimentando, non in altro modo.
Nel contesto monastico, o fuori da esso, la pratica dello zazen è un tassello di questa complessità: ogni via, ogni maestro sviluppa la sua pedagogia e la sua didattica e, nel farlo, compone un insieme unitario che suppone sia utile al cammino esistenziale del discepolo e a quello del maestro.
In generale, la pedagogia di una via tende a realizzare la pienezza umana quanto la sua trascendenza: mille le pedagogie, mille le rivendicazioni di essere la migliore. In realtà, ogni individuo incontra quel che gli è necessario in quel momento, e a volte in quel momento gli può essere necessaria una pedagogia che consideriamo buona o una che riteniamo pessima.
1a. “Siamo tutti già illuminati”
Argomento su cui ho discusso molte volte, considero l’espressione una semplificazione.
Riassumendo sinteticamente:
– nella dimensione di Essere l’individuo è Individualità, uno dei gradi della condizione unitaria, della natura autentica, dunque oltre l’illusione e il saṃsāra, quindi illuminato, se ci piace questa espressione;
– Nella dimensione di divenire l’individuo incarnato esprime una frazione del sentire dell’Individualità, quindi ha poco a che fare con l’illuminazione, la sua consapevolezza è focalizzata sul divenire/illusione (fatta eccezione per gli individui alle ultimissime incarnazioni che, evidentemente, hanno ampio sentire comunque non assimilabile a quello dell’Individualità).
La distinzione tra Individualità e individuo ha senso solo nell’ambito dell’illusione e della sequenzialità, quindi possiamo dire che, al di là della sequenzialità e dell’illusione che introduce, siamo tutti illuminati, non solo, siamo tutti fusi nell’Uno-Assoluto: questa è la Realtà ultima, ma non è la realtà che la nostra consapevolezza sperimenta ferialmente.
1b. “Quindi non c’è bisogno di praticare“
Perché pratichiamo? Cosa significa, in realtà, praticare? Perché ne abbiamo bisogno?
- Perché pratichiamo? Tutti abbiamo una ragione per iniziare a praticare ma non è questo il punto, dipende perché continuiamo, cosa ci conduce a perseverare e cosa, a un certo punto, ci porta a smettere.
Iniziamo per mille ragioni che qui non desidero discutere ma, se perseveriamo è perché dalla pratica sorge qualcosa. - Definiamo “pratica”: non solo zazen, evidentemente, ma qualsiasi pratica che sia ascolto, osservazione e disconnessione che avvengono in un contesto di gratuità e di assenza di scopo.
- Cosa sorge dalla pratica? Qualcosa che, evidentemente, per noi è pregnante e lo è sui vari piani personali e spirituali. Sorge un sentire che è ritenuto rilevante perché colma vuoti e apre orizzonti.
- Perché continuiamo a praticare? Per la stessa ragione per cui un bambino non smetterebbe mai di giocare con la sabbia: praticare, nella sua apparente inutilità, è dare spazio al sentire, è vivere una metamorfosi e un’alchimia dei piani, è abbandonare ed Essere, è vita nel sentire, l’unica che a un certo punto abbia senso.
- L’impulso a praticare sorge come moto del sentire e come impulso della volontà che rimuove le pigrizie e le distrazioni. Chi ha interiorizzato la sua pratica a essa torna incessantemente, in essa risiede.
La pratica è la sua casa e la sua fonte, la sua pace e il suo tormento: è la stella del nord, apre la vista sulla direzione esistenziale da seguire. È compagna che non tradisce, che rafforza e che consola, è la mano amica e la spina nel piede. È il ritorno all’Essere senza il quale il contemplativo non può vivere, perché la sua vita è Essere e ritorno all’Essere. - Smettiamo di praticare quando tutta l’esistenza è divenuta pratica, quando la consapevolezza è focalizzata incessantemente sul sentire. Allora la pratica è la vita e la vita è la pratica dell’Essere-che-È.
2. “Trasformando la saggezza buddhista in un evento mentale”
Ma il laico che non vive in monastero non compie questa traslazione. La non frequentazione dell’ambiente formativo monastico lo induce a sviluppare un processo di autoformazione e di autoeducazione.
***
Al lettore che fino a qui ci ha seguiti: non abbiamo più le risorse interiori per proseguire il commento alle tesi esposte in questo interessante libro di Andre van der Braak: la pratica contemplativa, per ora, ci ha tolto la capacità di essere sistematici nel procedere; vedremo in futuro cosa accadrà.
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Parole molto sentite, tutto pare corrispondere a ciò che sento vero, reale.
“Grazie per l’ulteriore approfondimento. Offre spunti preziosi su cui continuare a riflettere.