Perché pratichiamo, perseveriamo e smettiamo [braak30]

Commento di uma al capitolo precedente, [braak29].

Analizzerò le espressioni seguenti.

  1. D’altra parte, l’approccio improvviso rischia di cadere in quella che Sharf chiama “l’eresia di Alan Watts”: la pratica è un mezzo per realizzare l’illuminazione, siamo tutti già illuminati, quindi non c’è bisogno di praticare.
  2. Secondo Sharf, gli scritti sulle esperienze di illuminazione sono destinati principalmente ai praticanti laici del buddhismo, al fine di motivarli a praticare. Per loro, la formazione pratica della pratica monastica formale non è disponibile. Trasformando la saggezza buddhista in un evento mentale, diventa possibile evitare i rigori della formazione rituale monastica. Di conseguenza, sostiene Sharf, in un’epoca in cui il rituale è considerato una scienza errata, la pratica buddista diventa psicoterapia. Egli aggiunge che il passaggio all’esperienza non discorsiva è avvenuto anche perché le strategie tradizionali di legittimazione (autorità istituzionale e scritturale) non funzionavano più. Questo è il motivo per cui viene enfatizzata l’esperienza come forma di conoscenza superiore e diretta, a scapito della conoscenza indiretta derivante dai libri o dagli insegnanti.

1. “la pratica è un mezzo per realizzare l’illuminazione
Non so se l’affermazione sia di Watts – non l’ho mai letto pur sapendo che è una pietra importante nella costruzione dello zen in Occidente – ma di chiunque sia sottintende, a mio parere, una non comprensione.
La pratica dello zazen non è funzionale ad alcunché; è parte di un complesso unitario fatto di disposizioni interiori e di pratiche che, unite al complesso delle esperienze della vita, possono produrre comprensione, ampliamento del sentire e quindi realizzazione/illuminazione.

Secondo la mia comprensione, non c’è qualcosa di specifico che determini lo stato di illuminazione: né lo zazen, né lo studio, né le opere, né la relazione col maestro. Queste non sono che esperienze di vita che si fondono e intrecciano con altre esperienze ed è in virtù di questa complessità di esperienze che il sentire si struttura, e lo fa perché il sentire è comprensione e le comprensioni avvengono sperimentando, non in altro modo.

Nel contesto monastico, o fuori da esso, la pratica dello zazen è un tassello di questa complessità: ogni via, ogni maestro sviluppa la sua pedagogia e la sua didattica e, nel farlo, compone un insieme unitario che suppone sia utile al cammino esistenziale del discepolo e a quello del maestro.

In generale, la pedagogia di una via tende a realizzare la pienezza umana quanto la sua trascendenza: mille le pedagogie, mille le rivendicazioni di essere la migliore. In realtà, ogni individuo incontra quel che gli è necessario in quel momento, e a volte in quel momento gli può essere necessaria una pedagogia che consideriamo buona o una che riteniamo pessima.

1a. “Siamo tutti già illuminati”
Argomento su cui ho discusso molte volte, considero l’espressione una semplificazione.
Riassumendo sinteticamente:
– nella dimensione di Essere l’individuo è Individualità, uno dei gradi della condizione unitaria, della natura autentica, dunque oltre l’illusione e il saṃsāra, quindi illuminato, se ci piace questa espressione;
– Nella dimensione di divenire l’individuo incarnato esprime una frazione del sentire dell’Individualità, quindi ha poco a che fare con l’illuminazione, la sua consapevolezza è focalizzata sul divenire/illusione (fatta eccezione per gli individui alle ultimissime incarnazioni che, evidentemente, hanno ampio sentire comunque non assimilabile a quello dell’Individualità).

La distinzione tra Individualità e individuo ha senso solo nell’ambito dell’illusione e della sequenzialità, quindi possiamo dire che, al di là della sequenzialità e dell’illusione che introduce, siamo tutti illuminati, non solo, siamo tutti fusi nell’Uno-Assoluto: questa è la Realtà ultima, ma non è la realtà che la nostra consapevolezza sperimenta ferialmente.

1b. “Quindi non c’è bisogno di praticare
Perché pratichiamo? Cosa significa, in realtà, praticare? Perché ne abbiamo bisogno?

  • Perché pratichiamo? Tutti abbiamo una ragione per iniziare a praticare ma non è questo il punto, dipende perché continuiamo, cosa ci conduce a perseverare e cosa, a un certo punto, ci porta a smettere.
    Iniziamo per mille ragioni che qui non desidero discutere ma, se perseveriamo è perché dalla pratica sorge qualcosa.
  • Definiamo “pratica”: non solo zazen, evidentemente, ma qualsiasi pratica che sia ascolto, osservazione e disconnessione che avvengono in un contesto di gratuità e di assenza di scopo.
  • Cosa sorge dalla pratica? Qualcosa che, evidentemente, per noi è pregnante e lo è sui vari piani personali e spirituali. Sorge un sentire che è ritenuto rilevante perché colma vuoti e apre orizzonti.
  • Perché continuiamo a praticare? Per la stessa ragione per cui un bambino non smetterebbe mai di giocare con la sabbia: praticare, nella sua apparente inutilità, è dare spazio al sentire, è vivere una metamorfosi e un’alchimia dei piani, è abbandonare ed Essere, è vita nel sentire, l’unica che a un certo punto abbia senso.
  • L’impulso a praticare sorge come moto del sentire e come impulso della volontà che rimuove le pigrizie e le distrazioni. Chi ha interiorizzato la sua pratica a essa torna incessantemente, in essa risiede.
    La pratica è la sua casa e la sua fonte, la sua pace e il suo tormento: è la stella del nord, apre la vista sulla direzione esistenziale da seguire. È compagna che non tradisce, che rafforza e che consola, è la mano amica e la spina nel piede. È il ritorno all’Essere senza il quale il contemplativo non può vivere, perché la sua vita è Essere e ritorno all’Essere.
  • Smettiamo di praticare quando tutta l’esistenza è divenuta pratica, quando la consapevolezza è focalizzata incessantemente sul sentire. Allora la pratica è la vita e la vita è la pratica dell’Essere-che-È.

2. “Trasformando la saggezza buddhista in un evento mentale”
Ma il laico che non vive in monastero non compie questa traslazione. La non frequentazione dell’ambiente formativo monastico lo induce a sviluppare un processo di autoformazione e di autoeducazione.

***

2 commenti su “Perché pratichiamo, perseveriamo e smettiamo [braak30]”

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