Le parole/simbolo, le parole/esperienza e l’apofatismo

Alcune brevi annotazioni sul portato delle parole nell’esperienza mistica.

Se diciamo “mela”, tutti abbiamo chiaro che quell’espressione ha un valore simbolico e rimanda all’archetipo generico della mela. Il termine mela ci permetterà di immaginare/visualizzare un frutto dalle caratteristiche tipiche. Se dico “mela golden”, il simbolo è più definito e rimanda a un archetipo specifico, quello della mela golden: la mia immaginazione e visualizzazione saranno più vincolate a una forma, a un colore, a un sapore tipici.

La parola/simbolo evoca un’esperienza che ho già vissuto, qualcosa di conosciuto: se non ho mai mangiato una mela golden, quella parola non mi evoca nulla di specifico e per me la mela golden rimane un mistero.

Se uso la parola “Cristo” un mondo molto vasto viene evocato: l’esperienza con quella figura archetipale dalla conflittuale formazione religiosa infantile fino a oggi.
Ma il termine “Cristo” non rimanda solo a una realtà vissuta – la ribellione infantile e la comprensione di oggi – non è solo un ponte tra me e una realtà, il termine Cristo può essere, per me, la realtà del Cristo.

In altri termini, la parola non riconduce a un concetto, a un archetipo, a un’esperienza già vissuta, ma è esperienza, adesso. Pronunciare il termine “Cristo” è essere nell’esistenza della dimensione di coscienza “Cristo”.

La parola non indica più, essa È quello che nomina. Non è più un medium, è l’esperienza. Le parole di Mt.5,12 sull’ultima cena del Maestro coi discepoli non sono il rimando a un’esperienza, sono l’esperienza.
Colui/ei che le pronuncia non entra in una narrazione ma in un evento esistenziale: ora accade il suo portato esistenziale, mentre vengono pronunciate.

Si è soliti dire, di fronte all’esperienza dei mistici, che solo il silenzio può esprimere il loro sperimentare e la parola deve arrendersi: è l’esperienza apofatica. Condivido solo in parte questa visione.

La parola, nell’esperienza mistica – cioè unitaria – cambia la sua natura e non è più un medium che descrive, narra, rappresenta, simboleggia: essa diviene sostanza. Da elemento proprio del corpo mentale e del piano relativo, essa diviene espressione diretta del sentire.

Finché essa è mezzo, ponte, è vibrazione di natura mentale, è espressione di un sentire nella sua forma mentale; ma quando l’allineamento vibrazionale dell’individuo è totale – come nella situazione mistico/unitaria – il dato mentale subisce una metamorfosi, un cambio di natura: il sentire di coscienza trasmuta la natura mentale con la sua vibrazione, ciò che era una decodifica di un dato sentire ora È quel sentire.

La vibrazione akasica pervade il corpo mentale, il corpo astrale e il corpo fisico nei momenti di unità più alti: tutto l’essere dell’individuo diviene sentire unitario in atto.
Se il sentire unitario sente la dimensione esistenziale del Cristo, il termine “Cristo” è la condizione unitaria in atto in quel tempo/non tempo.

Se il sentire unitario sente la condizione esistenziale presente tra il Maestro e i suoi discepoli, il memoriale di quella situazione È quella situazione di sentire che accade adesso.
Non viene celebrata l’Unità; accade l’Unità.

Per tornare ai mistici e al loro apofatismo, a me sembra che non vi sia una chiara comprensione di come cambia la natura del mistico e del suo linguaggio: egli/ella, nei suoi corpi, e nella manifestazioni dei suoi corpi – tra cui la parola – diviene l’Essere, è sentire che esonda dal corpo akasico e invade tutti i corpi trasmutandoli nella loro natura.

Certo, è un’esperienza che mai è prolungata nel tempo pena un forte logoramento dei corpi, ma è quello che accade: la parola, il gesto di quel momento sono sentire unitario che È. La parola non è più tale, è sentire unitario e per essere compresa ha necessità di una sintonia nel sentire.

Non essendo più medium, essa ha cambiato la sua natura, è divenuta sentire e in quanto tale può essere compresa solo da un sentire che la sente come sentire, non come medium.
Il mistico comunica da sentire a sentire, non da parola a capacità di decodificarla del suo simbolismo.

Quando uso l’espressione “È”, questa non porta tanto il significato di Essere, è l’esperienza di Essere che vibra – così io la sento – in un attimo senza tempo e al di là di ogni separazione e divenire: è una condizione di sentire che viene proposta come condizione di sentire: il mezzo non è diverso dall’origine. La comunicazione, in questo caso, è tra sentire e sentire e se questi vibrano all’unisono, c’è piena comprensione e piena unità. Altrimenti, uno vibra di un sentire e l’altro opera delle decodifiche, ma sono piani differenti e l’unità che ne risulta è alquanto relativa.

1 commento su “Le parole/simbolo, le parole/esperienza e l’apofatismo”

  1. Non avevo mai pensato a questo modo di intendere la parola , ma in effetti , quando siamo catturati dalla parola che ascoltiamo questa non è ponte tra l ‘oggetto e il suo significato ma diventa qualcosa che vive in quel preciso momento

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