Una contemplazione sull’esperienza del Tutto/Niente

Da tempo non parlo di Amore né di Unità. Perché? Perché sono comprensioni in larga parte acquisite. Quel che rimane su quei fronti è quel che potrà sorgere dall’esperienza.

Quelle che seguono sono semplici contemplazioni, esperienze nel sentire che assumono la forma di parole senza pretesa di verità. Mentre procedevo nello scrivere, ho dovuto confrontarmi con due problemi: il primo è stato il condizionamento derivato dalla lunga frequentazione del pensiero espresso dal Cerchio Firenze 77; il secondo, dalla natura stessa del linguaggio che non è mai neutrale ma è carico di un suo personale imprinting nel contesto dell’ambiente in cui accade: ogni termine ha una sua essenza ma questa non è oggettiva, è culturalmente caratterizzata. Il termine Essere – che uso frequentemente – ha un suo portato nella filosofia e, ad esempio, un altro, non necessariamente coincidente, nello Zen. Il mio intento è stato quello di usare un linguaggio essenziale per trasmettere un’esperienza, un sentire. Nessuna speculazione filosofica, di cui non sarei capace, solo il tentativo di dare una forma a molteplici sfumature di sentire.

La consapevolezza si orienta verso altro, verso il nucleo più profondo dell’Essere dove non ha senso indagare Amore e Unità; chi è nel due sente queste urgenze ma non è per sempre così, sperimento che si presenta altro.

L’Uno è Amore, è Unità secondo l’ottica del due, ma secondo Se stesso? Qui entra in gioco la vera questione del Ciò-che-È. È Amore e innumerevoli qualità altre se osservato, sentito dal lato del due, ma se è sentito dal lato dell’Uno? Niente di tutto questo è. L’umano continua a indagare l’Uno con le sue ottiche, ma, a un certo punto, bisogna sentire come sente l’Uno, per il possibile.

Può esistere un’Essenza che sia senza declinazione? La declinazione – che è ciò che compie l’umano in riferimento all’Uno – è un dividere il Ciò-che-È, gli attributi sono una sua sostanziale frantumazione operata dalla consapevolezza/comprensione umana. In sé, il Ciò-che-È non ha attributo alcuno, non è definibile in modo alcuno, e non perché troppo oltre la comprensione dell’umano, ma perché ciò che è il Tutto è indivisibile, infrantumabile, indeclinabile.

Ecco che l’Assoluto Essere non ha alcuna qualità pur essendo tutte le qualità: il Ciò-che-È è il Tutto-Uno che è anche il Tutto-Niente. Il Tutto, nella mia comprensione, non può essere sentito che come il Niente: come Tutto/Niente. Dove Tutto non significa tutto e Niente non significa niente.
Il termine chiave è Tutto/Niente: totalità e vuoto. Questa è la chiave per comprendere superando l’antinomia.
Questo per il contemplativo è essenziale: sentire il Tutto/Niente. Non tutto, non niente: Tutto/Niente.

Una totalità che, proprio perché ha tutte le qualità, non è riducibile ad alcuna qualità. È oltre le qualità delle categorie umane. È inconoscibile all’umano semplicemente perché è il Tutto/Niente. Questo paradosso mi sembra che non possa essere capito, ma solo essere sentito.

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Quell’Essenza non sente se stessa come avente delle qualità; questa consapevolezza, per poter esistere, deve risultare da un confronto, ma con chi si confronta una Totalità? Allora essere una Totalità equivale a essere un Vuoto Totale.

In un’Essenza di questa natura si può risiedere, di questa vi può essere consapevolezza, tutto questo può essere sentito. Ogni creatura è questo.
Questa è l’origine, la natura autentica. Questo il contemplativo sente non per indagine filosofica ma per esperienza diretta. Egli abbraccia le mille declinazioni dell’Uno e l’ineffabile Vuoto, la totalità delle declinazioni avvertite come miseria della comprensione umana e il Niente/Tutto della Realtà. Egli sente scorrere il sangue delle declinazioni dell’Uno e sente, simultaneamente, l’Uno/Niente eterno ed Essente (il termine Essente vuole sostituire l’aggettivo “immobile”, termine inappropriato in questo contesto perché conferisce un senso di staticità che non esiste là dove è tutto il movimento e tutta la stasi).

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Un Tutto che nella sua Totalità è un Tutto Niente. Un’Essenza consapevole della sua Essenza. La contemplazione pura.
L’Assoluto Essere la cui consapevolezza è contemplazione pura.
Non contemplazione di qualcosa – non c’è movimento – contemplazione come contenere l’insieme, sentire l’insieme: tutto il dettaglio dell’insieme?

Domanda complessa: com’è dato di sentire a me durante l’accadere di una contemplazione? Viene sentito l’insieme, ma, volendo, anche il dettaglio. La consapevolezza d’insieme, però, tende a non focalizzare il dettaglio, pur contenendolo: è proprio perché lo contiene che è consapevolezza d’insieme, ma non solo. La consapevolezza d’insieme non è la sommatoria di tante consapevolezze limitate, è quello e altro. La consapevolezza unitaria è oltre le parti; è uno stato ulteriore di consapevolezza, originale, autonomo dalle parti. 1+1=3.

Posso concludere affermando che l’Uno sente unitariamente, di una consapevolezza unitaria e totale: quello è il suo stato. Ma sente anche il dettaglio e quel sentire il dettaglio è l’atto che genera i molti, la vita, noi. Sente la Totalità e sente il dettaglio: noi siamo la risultante di quel Suo sentire, di entrambi i livelli.
Sente i sentire relativi, sente il Sentire assoluto, sente Sé. Mentre accade la contemplazione scrivendo, questi stati del Suo Essere contemplo, in effetti.

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Oggi sentire questo, non tanto dirlo, sentirlo, è naturale. Sentire questa Essenza è ferialità. Sentire la simultaneità di questa dimensione che si fonde con la vita declinata è quotidianità. Non ci sono fenomeni, gioie, illuminazioni circensi: c’è solo un’Evidenza non declinata e non declinabile.

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Per chiarire: l’Assoluto Amore non è un Amore incontenibile e inconcepibile, un assoluto di qualità relative all’amore; è il punto apicale di Amore che è anche il punto zero di Amore.
Non è il punto apicale prima del precipizio di Non Amore, non parlo di questo che è un concetto duale.
La Totalità di Amore è lo Zero di Amore: totalmente pieno/totalmente vuoto.

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Creatore e creature sono un’unica realtà indissolubile. Il Creatore non è riducibile alle sue creature, naturalmente; esse non vanno considerate come altre rispetto a Lui; vanno sentite come sentire del Suo sentire, quali in effetti sono. Mai l’Uno diviene due; è il due che tale si sente e l’Uno sente anche quel sentire del due, ma da esso non dipende.

Non esiste un creato, solo un manifestato. L’Uno è tutto l’Essere e tutte le forme/vibrazioni: questa è la totalità. Esiste l’Uno e il Suo manifestarsi che mai diviene altro dalla sua essenza originante.

Questa Essenza, che siamo anche noi, è la Totalità/Vuoto/Zero/Niente che vanifica ogni sommatoria perché non vi sono le parti, ma solo l’Uno che è anche parte ma è sempre Uno, non si dissemina. La Totalità è Tutto e Zero nella sua pienezza. Questo non so spiegarlo, forse non voglio farlo, ma è lampante.
È la natura di Tutto/Vuoto/Zero/Niente che porta infine il contemplativo a tacere. C’è Tutto e c’è Niente, qui sorge la consapevolezza dell’abisso irriducibile, del baratro che produce lo scacco totale perché due apparenti opposti sono unità perfetta.
Ripeto: la chiave contemplativa è in questo Tutto/Vuoto/Zero/Niente.

L’umano che evolve in coscienza e consapevolezza non diviene pienezza, ma Tutto/Zero. La pienezza è totalità quanto vuoto assoluto: totalità di pieno, totalità di vuoto.

L’ampliarsi del sentire non aggiunge esperienze sempre più sottili, riduce allo zero: è un perdere senza fine. Esiste solo il Tutto/Vuoto/Zero/Niente.
La pienezza totale non è il pieno totale più di quanto sia il vuoto totale.

L’Essenza oltre la dicotomia Pieno/Vuoto: questa Essenza sente il contemplativo, questa lo attrae, lo porta e lo distrugge.

5 commenti su “Una contemplazione sull’esperienza del Tutto/Niente”

  1. Non so se la consapevolezza oggi è orientata verso il nucleo più profondo dell’Essere. Di fatto mi pare di comprendere profondamente ciò che scrivi e in particolare questa affermazione :”L’ampliarsi del sentire non aggiunge esperienze sempre più sottili, riduce allo zero: è un perdere senza fine. Esiste solo il Tutto/Vuoto/Zero/Niente.
    La pienezza totale non è il pieno totale più di quanto sia il vuoto totale.

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  2. “…la chiave contemplativa è in questo Tutto/Vuoto/Zero/Niente.”
    Parole giungono come un seme nel terreno, prima ancora di iniziare a dischiudersi.

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  3. Molte riflessioni sottili, da meditare una alla volta.
    Grazie per queste profondità in cui non siamo ancora capaci di seguirti.

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