Fonte: André van der Braak: Reimagining Zen in a secular age, Koninklijke Brill. Il PDF del libro.
[Capitolo 4.7] Kim offre un’altra interpretazione dell’illuminazione Zen basata sull’opera di Dōgen: piuttosto che trascendere la dualità attraverso una consapevolezza non mediata e non linguistica delle cose così come sono realmente, l’illuminazione significa realizzare pienamente la dualità e incarnarla. La forma di vita Zen mira quindi a praticare e incarnare tale realizzazione continua che avviene nel mezzo del linguaggio e del pensiero, piuttosto che elevarsi al di sopra di essi.
[→uma] Questione di paglia se affrontata nella sua profondità. Non sono due realtà, due vie alternative: la seconda prepara la prima e più è profonda la seconda più è vasta la prima. [/uma]
Mentre le tradizioni zen che inizialmente furono trasmesse in Occidente nel XX secolo, la tradizione giapponese Rinzai e il movimento di riforma Sanbōkyōdan, presentavano un atteggiamento iconoclastico nei confronti del linguaggio e del pensiero e consideravano lo Zen “una trasmissione speciale al di fuori delle scritture”, Dōgen sostiene la continua riflessione ermeneutica sulle scritture. Pertanto, il suo Zen è talvolta definito come “l’unicità dello Zen e delle scritture” (kyōzen itchi).
Per Dōgen, lo Zen non consiste nel realizzare un’esperienza mistica universale o nel trascendere il linguaggio e il pensiero, ma nella continua realizzazione-pratica della natura di Buddha all’interno del linguaggio e del pensiero.
[→uma] Essere dentro fino in fondo è anche essere oltre fino in fondo. Scendendo nel ventre del pensiero e della parola, cosa si incontra? Il loro superamento. Più un pensiero e una parola sono compresi più sono sentiti, più sono sentiti più dalla dimensione cognitiva si passa a quella di Essere: più si scende nella profondità dello stato di Essere, più c’è solo un vasto vuoto di ogni significato e senso, lì tutti i sentire si incontrano, tutti i contemplativi si intendono e c’è autentica universalità.
Potremmo sintetizzare affermando che tutte le vie conducono all’Essere. In uno stato contemplativo maturo, ovvero in uno stato di sentire evoluto, la condizione di unità si realizza perché semplicemente sorge senza sforzo, applicazione e focalizzazione alcuna, ma si attiva anche attraverso l’applicazione a qualsiasi attività e pratica. L’indagine conoscitiva e riflessiva conduce alla profondità contemplativa e all’unione nel sentire, come il semplice stare conduce al medesimo stato: sono flussi differenti che conducono a un identico risultato, non sono disposizioni alternative, la disposizione è una, quella di apertura incondizionata all’Essere. [/uma]
Come osserva Kim, sia la tradizione scritturale che quella speciale erano parti legittime del “Buddismo correttamente trasmesso” di Dōgen. Dōgen esortava i suoi discepoli a studiare i sutra:
Un maestro illuminato è sempre profondamente versato nei sutra […] I sutra diventano strumenti per liberare gli altri e si trasformano in seduta, riposo e camminata in meditazione. Essere profondamente versati trasforma i sutra in genitori, figli e nipoti. Poiché un maestro illuminato comprende i sutra attraverso la pratica, li penetra profondamente. (Dōgen, Shōbōgenzō, Bukkyō)
Per Dōgen, la rivelazione specifica dei sutra buddisti nel loro senso convenzionale era solo una piccola parte dei sutra nel loro contesto cosmico. La vita è «un ciclo incessante di attività ermeneutiche volte a cercare di comprendere tali sutra cosmici». Per Dōgen, i koan zen non erano tentativi assurdi di frustrare l’intelletto per facilitare una svolta verso il risveglio, ma «parabole, allegorie e misteri che svelavano gli orizzonti dell’esistenza».
Il koan non mira a uscire dal linguaggio, ma a entrare più profondamente nel linguaggio universale e non antropocentrico delle montagne e dei fiumi, dei cespugli e degli alberi.
Tutti i fenomeni dell’universo possono essere visti come espressioni di sé (jidōshu) della natura di Buddha e del vuoto e tutti esprimono infinitamente la verità. Pertanto, Kim ha caratterizzato l’approccio di Dōgen allo Zen come un realismo mistico:
Il mistero, secondo Dōgen, non consisteva in ciò che era nascosto o sconosciuto nell’oscurità o in ciò che sarebbe stato rivelato o reso noto in futuro. Piuttosto, consisteva nell’intimità, nella trasparenza e nella vividezza del presente, poiché «nulla nell’intero universo è nascosto» (henkai-fuzōzō). (Kim, Eihei Dōgen–Mystical Realist)
[→uma] “Il koan non mira a uscire dal linguaggio, ma a entrare più profondamente nel linguaggio universale”.
“Consisteva nell’intimità, nella trasparenza e nella vividezza del presente“.
Si tratta di entrare nella profondità di ogni momento, fatto, situazione e le vie per accedere a questa profondità sono le più diverse e ogni contemplativo ne privilegia alcune.
La via del tenzo si realizza essenzialmente in cucina, quella dell’artista nel processo della sua opera, quella del monaco nella liturgia delle ore e nella sua pratica di vita quotidiana.
La questione del bypassare la realtà per accedere a stati altri di coscienza, è fuorviante, come lo è puntare tutto sul qui e ora.
È nel qui e ora che si dischiudono stati altri di coscienza: adesso, in questo istante senza tempo la consapevolezza passa dal sentire gli stati dei corpi transitori al contemplare lo spazio vasto del sentire/Essere.
Questo passare da un grado di sentire a uno più ampio in realtà non è un “muoversi verso” ma un abbracciare l’insieme: la consapevolezza scansiona i vari piani e risiede nel piano più vasto, abbraccia l’insieme unitariamente.
La consapevolezza dei piani transitori non è abbandonata, diviene parte integrante della consapevolezza unitaria sotto l’ombrello del sentire più ampio, quello di coscienza, akasico.
Essere e divenire sono dunque integrati in una perfetta unità: essere oltre è anche essere qui, essere qui è anche essere oltre, e questo perché siamo nella dimensione di Essere che supera gli opposti e integra unitariamente la complessità del reale. [/uma]
Per Dōgen, un aspetto importante del suo misticismo è lo studio continuo e la penetrazione delle sacre scritture. Pertanto, il suo pensiero può essere interpretato in modo fruttuoso come una forma di ermeneutica mistica.
Per Dōgen, l’illuminazione non è un’esperienza mistica statica, ma costituisce un risveglio alla verità che è sempre già “presente”. Uno dei suoi saggi principali, il Genjōkōan, è stato tradotto da Bret Davis come “la presenza della verità”. Come afferma Davis:
Il kōan che il testo di Dōgen ci presenta in ultima analisi per la verifica è che la presenza della verità è sempre pienamente realizzabile – senza mai essere chiusa e autosoddisfatta – in ogni singolo momento del nostro essere incessantemente in corso. (Bret W. Davis, “The Presencing of Truth: Dōgen’s Genjokōan,” in William Edelglass and Jay L. Garfield (eds.), Buddhist Philosophy: Essential Readings (Oxford: Oxford University Press, 2009))
Dōgen vede la realtà come un processo di rivelazione continua. Per lui, l’esperienza mistica non è tanto una pura intuizione di un regno ineffabile quanto l’affermazione e la verifica continua della presenza della verità.
[→uma] “la presenza della verità è sempre pienamente realizzabile“
In qualunque istante la realtà può essere sentita oltre che percepita, e il sentirla è come scendere in un abisso, mai sai dove ti porta, a quali livelli di comprensione e di contemplazione ti apre.
Non c’è un livello di “verità” di una fatto, di una situazione, di un sentire: il termine “verità” è fuorviante perché ha un che di definitivo e non è applicabile all’indagine e all’esperienza della natura autentica del reale; nessuno dei livelli sperimentati è la Verità, tutti sono verità relative e allora tanto vale non usare il concetto.
Basti dire che la natura autentica è una esperienza, non un dato fisso e stabilito – qualcosa che si incontra a un certo punto e si può dire: è questo! – e come esperienza non finisce mai se non nella dimensione del sentire assoluto, l’unica in cui termina di mutare nella sperimentazione. [/uma]
Tale processo avviene sempre all’interno del pensiero e del linguaggio. Secondo Kim, il misticismo di Dōgen è ben lontano dal misticismo apofatico, in cui la realtà è considerata ineffabile e innominabile. Per Dōgen, l’esperienza mistica ha costantemente bisogno di essere affermata attraverso il linguaggio e il pensiero:
L’ineffabile, per quanto possa essere evidente, non implica l’assenza di mediazioni linguistiche; al contrario, è affermato come tale proprio grazie alle mediazioni linguistiche. Senza queste ultime, l’affermazione dell’ineffabile è impensabile e impossibile da sperimentare in primo luogo.
Nel capitolo 10 approfondirò ulteriormente in che misura l’ermeneutica mistica di Dōgen possa contribuire a nuove e fruttuose reinterpretazioni dello Zen nella nostra epoca secolare.
[→uma] “Tale processo avviene sempre all’interno del pensiero e del linguaggio”
Direi che avviene a cavallo del pensiero e del linguaggio: c’è una continua oscillazione tra pensiero e non pensiero, pensiero e sentire vasto che azzera il pensiero e apre su abissi di sentire.
Dopo l’abisso, quando il pensiero torna, è un pensiero compreso diversamente; mentre c’è l’abisso il pensiero è compreso a un altro livello perché l’abisso è comprensione del sentire che diviene comprensione di tutti i piani che da esso discendono. L’abisso di sentire è abisso di pensare, di provare e di agire. Come dicevo sopra, la realtà unitaria abbraccia tutti i piani e non si può dire: o questo o quello. Il sentire illumina il pensiero, il pensiero illuminato apre su altre profondità del sentire in un circolo che sembra infinito.
“L’ineffabile, per quanto possa essere evidente, non implica l’assenza di mediazioni linguistiche; al contrario, è affermato come tale proprio grazie alle mediazioni linguistiche. Senza queste ultime, l’affermazione dell’ineffabile è impensabile e impossibile da sperimentare in primo luogo“.
Dire propio di no a questa interpretazione: chi conosce l’inneffabile, conosce anche come in quella impasse, in quella esperienza il sistema del pensiero sia completamente bloccato, come si oscilli tra il sentire il concetto e il sentire l’abisso ma, quando è l’abisso a prevalere, il piano del concetto – pur essendovi – non è frequentabile.
L’esperienza dell’inneffabile è talmente pervasiva da assorbire ogni forza e vibrazione, una spece di vortice nel quale si precipita e che non dipende da nulla, tantomento dalla presenza dell’intelletto e del linguaggio.
Una cosa è dire, come io affermo, che tutti i piani di consapevolezza sono simultaneamente presenti pur nella prevalenza del piano più vasto, quello del sentire, un’altra è affermare che la vastità è subordinata al piano cognitivo e che se questo non è presente vastità non c’è. Questo non è ciò che accade. [/uma]
Continua…