Contemplazioni, non commenti, sul testo della via della Conoscenza: il dolore per una perdita e la scomparsa di sé.
6- E allora è quel dolore che può far sì che l’uomo si riveli a se stesso come niente. Perché l’uomo, di fronte alla morte, entra in un territorio minato, dove può perdere e svuotarsi. Nella via della Conoscenza, il dolore non va elaborato, ma usato come una clava che distrugge le concettualizzazioni, cioè tutto quello che si costruisce sugli altri, sull’amore, su se stessi, sul Divino e sull’aldilà. Quindi quel dolore lo consegna al niente di un “io” illusorio che si sente distinto dagli altri e chiuso in se stesso. (Pag.4)
“Quel dolore lo consegna al niente di un “io” illusorio che si sente distinto dagli altri e chiuso in se stesso”.
Che sia il dolore per una perdita grave o di altra natura, la questione fondamentale è che quel dolore, quell’ansia, quella preoccupazione pongono noi al centro e se questo accade non c’è la vita davanti a noi, c’è solo la rappresentazione di essa cui aderiamo.
Ogni focalizzazione su noi stessi è l’autentico problema e questa è attivata dai mille impulsi che ci coinvolgono ogni giorno e che, invece di lasciarli transitare, li accalappiamo: ciascuno di essi corrisponde al gesto del restringere la consapevolezza su un punto focale e percepire solo quello divenendo ciechi al vasto resto. Un accecamento sistematico nel tentativo di definire sé, di essere sé, di esistere come un sé.
La radice dell’illusione è questa: tentare di sentire di essere e di esistere come sé quando questo è possibile solo con la consapevolezza che risiede oltre sé, consapevolezza che non rimanderà mai a un sé ma solo a un Essere e a un Esistere.
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