Il commento di uma a [braak21].
[→uma] Abbiamo già trattato la questione nei post precedenti, qui vorremmo porre in risalto un tema non ancora affrontato: c’è un ambito dell’esperienza contemplativa e mistica che ricade sotto l’archetipo di questa o quella religione, dentro questa o quella cultura specifica, e c’è un ambito extra religioso ed extra culturale, che va cioè in buona parte oltre gli archetipi delle religioni e delle culture.
Dalla seconda metà del secolo scorso, e in particolare dopo l’avvento di internet, sono nati mondi interpretarvi ed esperienziali piuttosto lontani dalle tradizioni religiose e trasversali alle varie culture. La contemplazione è divenuta pratica di molti ricercatori e monaci senza religione e senza patria sparsi un po’ ovunque sul pianeta.
In costoro l’esperienza e l’interpretazione superano certamente le barriere indicate dai costruttivisti e confermano l’intuizione del perennialisti. Esistono cioè individui sufficientemente svincolati dagli archetipi transitori religiosi e culturali che possono sperimentare non all’interno di date categorie, ma al di fuori di esse, e possono interpretare con paradigmi solo relativamente duali.
È un mondo – di cui il Sentiero contemplativo è una minuscola parte – che segue l’attrazione del sentire e degli Archetipi Permanenti, un mondo in parte affrancato dalla morsa della dualità e del condizionamento e, in parte, libero di ascoltare il piano del sentire. Un mondo ai primi passi e dove spesso regna l’approssimazione, ma che indubbiamente rappresenta il futuro della contemplazione e della mistica liberate dalla religione e dalla cultura.
Come accade in questi ambiti, gli sperimentatori non sono persone di cultura, frequentemente sono persone comuni senza particolare formazione intellettuale e questo certamente può essere facilitante, per alcuni versi.
Gli archetipi religiosi non sono più ottundenti di quelli filosofici, l’indagine del contemplativo ha bisogno di liberarsi di entrambi, di qualsiasi linguaggio, simbolo, immagine codificata. Se non è libero da questo, sperimenterà all’interno di questo, ma se è libero, almeno in parte, in lui sorgeranno spazi nuovi, simboli nuovi, immagini nuove e profondità d’esperienza nuove.
Chi scrive è sempre stato alla larga dagli altri contemplativi e non ha l’aspirazione a essere letto da altri contemplativi perché sa che il contemplativo deve precipitare dentro al suo pozzo d’Essere, non curandosi di dove sono precipitati gli altri. Ciò che viene scritto qui potrà essere utile a quegli individui che affrontano il tema intellettualmente ed esistenzialmente, agli studiosi, o a quei contemplativi che vivono fasi di smarrimento e allora hanno necessità, o gli è utile, confrontarsi con l’esperienza altrui. O sarà utile a quei contemplativi che sono in formazione.
Il contemplativo che è nel pieno dell’opera e della fertilità di questa, non cerca il confronto ma l’esperienza. Rettifico: non cerca l’esperienza, è l’esperienza e questa lo conduce in un abisso, conduce se stessa in un vortice.
“Il futuro della contemplazione e della mistica liberate dalla religione e dalla cultura”
Ho usato questa espressione e debbo precisarla:
- il superamento della religione come archetipo non è il superamento della spiritualità come ricerca dell’unione con gli esseri e con l’Uno che li genera;
- non è il superamento del monachesimo ma la capacità di vivere una nuova misura dell’essere monaco, colui che ricerca l’unità;
- non è di certo il superamento della sfera cognitiva ma il suo ridimensionamento e rinnovamento perché le forze principali non sono convogliate sulla interpretazione e sulla comunicazione ma sul sentire, sperimentare, contemplare.
Cosa diverrà la sfera cognitiva e intellettuale quando a prevalere sarà la sperimentazione nel sentire? Tra individui focalizzati sul sentire, quanto conta la comunicazione attraverso il mezzo della mente? Conta relativamente perché è vivida la consapevolezza del limite del mezzo.
D’altra parte, a un sentire nuovo e più ampio non potrà non corrispondere un pensare più creativo, originale, non prigioniero della moltitudine di archetipi culturali, capace di infrangere senza fine l’innata tendenza a strutturare, codificare, sistematizzare. Se la sorgente dell’Essere è sempre aperta, e lo è in tanti, l’acqua sarà così tanta che non sarà facile, né interessante, controllarla. Perché farlo?
Sarà interessante osservare i destini delle arti in un’epoca dominata dal sentire: oggi l’arte è spesso la manifestazione inconscia o subconscia del sentire, ma quando la vita nel sentire affiorerà sempre più alla consapevolezza divenendo azione e pensiero consapevoli, quale sarà allora la funzione dell’arte? Probabilmente quella di esprimere nuovi livelli di inconscio e subconscio (questi termini qui non hanno il significato attribuitogli dalla psicanalisi). Ma il sentire più diviene profondo meno è decodificabile in forma umana, e non solo: più vivi nel sentire meno ti interessa il conferirgli una forma accessibile all’umano, se non per amore.
Ecco che l’arte potrà divenire l’ambito in cui il sentire evoluto testimonia se stesso come vita vissuta in tutte le sue manifestazioni: un mondo molto lontano dalla figura attuale dell’artista e dalla natura della sua creazione.
Vite come opere d’arte. Vite che indicano la via e il fine essenzialmente essendo più che comunicando, perché nell’ambito del sentire anche la comunicazione perde importanza e permane solo quando Amore non ti dà scampo e ti induce a quella. [/uma]
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