Fonte: André van der Braak: Reimagining Zen in a secular age, Koninklijke Brill. Il PDF del libro.
Di seguito il commento di uma al tema – complesso e importante – trattato in [braak20].
[→uma] Questione complessa. “Il linguaggio e la percezione sorgono insieme”, afferma Wright.
Così è nei piani transitori soggetti alla percezione dei sensi. La realtà viene estratta dalla materia indifferenziata in virtù dei sensi dei vari corpi e del sistema di decodifiche intrinseco a essi. Allo stesso modo la realtà viene generata in relazione agli archetipi transitori entro i quali l’incarnazione accade e all’ambiente di relazione in cui avviene.
Quindi sono i sensi dei corpi, gli archetipi e l’ambiente a dare una certa forma al reale, a permetterne una data generazione e percezione.
Il linguaggio, una funzione propria al corpo mentale, contribuisce, per la sua parte, alla generazione e alla percezione del reale.
Viene generata e percepita una realtà interna alle possibilità del corpo mentale e degli altri transitori, infatti che senso avrebbe generare qualcosa che non potesse essere percepito e interpretato?
Il sentire genera la realtà concepibile dai suoi strumenti/mezzi: i corpi transitori e l’ambiente incarnativo immersi nel contesto degli archetipi transitori. Tutto avviene, la generazione come la percezione, entro un contesto dato, l’interpretazione e il linguaggio sono agenti creativi sia in fase di creazione che di percezione.
La coscienza, il sentire, modella la realtà con l’argilla che ha, con le mani che ha, con il tornio che ha, con il sole e l’umidità che ha a disposizione. Tutto è connesso: creazione e percezione sorgono dalla coscienza e a essa tornano ed entrambe sono condizionate, avvengono entro una codificazione data, dei simboli stabiliti dal contesto degli archetipi transitori.
In culture diverse, con archetipi transitori diversi, si creano realtà diverse e interpretazioni diverse. Fino a questo punto quello che affermano gli autori qui citati è certamente corretto.
“È impossibile per noi assumere una “visione divina” della realtà”.
Se rimaniamo nell’ambito della percezione dei corpi transitori vale quanto sopra abbiamo detto condividendolo con gli autori citati nel testo [braak20], ma la contemplazione, o lo stato di illuminazione, sono relativi ai corpi transitori? No, è evidente. Illuminazione e contemplazione riguardano il sentire, il corpo della coscienza in cui la realtà non viene percepita, ma sentita.
Il contemplante, o l’illuminato, quando sente la Realtà/realtà non utilizza i sensi dei corpi transitori, né la mente e dunque nemmeno il linguaggio; non sono coinvolti gli archetipi transitori e nemmeno l’ambiente.
L’esperienza avviene su un piano che precede tutto questo, su quel piano che ne è l’origine ma che non opera secondo le logiche della generazione/percezione.
Siamo sul piano dell’intenzione, della realtà ancora non generata e che dunque non sottostà alle leggi della generazione/percezione. A questo livello quanto sostenuto dagli autori che si rifanno alla filosofia del linguaggio, a mio parere, non è condivisibile, ma non conosco la materia e non posso sviluppare alcuna analisi critica.
Wright afferma: “La percezione umana è sempre già linguisticamente modellata. Non è possibile accedere a un “dato” pre-linguistico e oggettivo“.
È una affermazione impegnativa: tutta l’esperienza del “Vuoto/Realizzazione/Illuminazione/Essere” – testimoniata da generazioni di contemplativi – cos’è? Non è il ponte che attraversa lo stesso fiume e che unisce tutti coloro che hanno sentire equivalente indipendentemente dalle latitudini, culture, epoche in cui è avvenuta la sperimentazione?
Non testimoniano costoro di un piano d’Essere comune e indifferenziato, non declinato culturalmente, non contaminato dualmente? La Realizzazione sottostà agli archetipi transitori, ai linguaggi, agli ambienti?
Non esiste, a mio parere, a questo livello d’esperienza, alcuna soggettività/transitorietà condizionante, esiste, invece, un’altra questione ben più rilevante e concreta determinata dal piano del sentire a cui il contemplante ha accesso.
La questione, in riferimento alla Realizzazione/Illuminazione/Essere, non è la sua relatività perché condizionata dal contesto umano, ma perché circoscritta nella profondità di sentire che può essere contattata/sperimentata.
Certo che è possibile accedere a un piano “pre-linguistico“ ma certamente non è oggettivo e non perché relativo alle percezioni e al linguaggio, ma perché limitato nella sua estensione.
Oltre i piani condizionati dalla soggettività, dagli archetipi e dal linguaggio, che sono i piani della transitorietà e della vita duale, esiste la vita nel sentire, vita quantomai differenziata, vita che non è un ambito univoco, vita che non è l’essere-in-Dio.
Questa vita di cui parlo è la vita oltre il saṃsāra ma non è la fusione nell’Uno-Tutto-Assoluto. È un esistere che conosce ancora il senso di separazione e di sequenzialità ma non è soggetta alla percezione, al linguaggio, all’interpretazione così come l’umano incarnato li intende. È una vita oltre il duale ma non è ancora la vita unitaria sebbene contenga molti degli elementi della vita unitaria verso cui tende come fine ultimo.
A quale profondità di questo esistere ha accesso il contemplante? Questa è l’unica domanda che potrebbe avere un senso porsi. Fin dove ti sei spinto? E chi può saperlo non essendoci una mappa! O meglio, ci sono mappe, step della successione dei sentire ma quando non sono generiche e vaghe, sono così ricche di colorazioni soggettive da risultare non credibili. Sia la Teosofia che le religioni dell’India hanno indagato in questa direzione ma la mia conoscenza non è sufficientemente approfondita per valutarne l’attendibilità, e ho comunque un rigetto rispetto a questo tentativo di decodificare l’ineffabile, proprio perché nella decodifica si introduce tutto il limite del relativo umano.
Quel che a me sembra certo, è che di oggettivo esiste solo il sentire dell’Uno, ogni altro sentire è relativo, ma ciò non significa che non si possa distinguere tra relativo e relativo. A questo livello dell’analisi siamo oltre il relativo duale, siamo già nel relativo unitario e ogni contemplante sente in sé quel che sente: quando lo comunica, quel che sente diventa altro.
A questo livello, ciò che interessa al contemplante non è la comunicazione ma la possibilità di sperimentare, di Essere e di Esistere: si inoltra in un bosco fitto senza mappa guidato solo dall’attrazione che la Vibrazione Prima esercita sul suo sentire e se – mentre muove i suoi passi – si interpreta, distrugge ogni procedere/Essere.
Deve Esistere ed Essere senza interpretarsi, deve solo sentire lo stato di quel momento, di quella esperienza.
Interpretare, a questo livello, è riportare alla dimensione umana qualcosa è oltre l’umano, è un tonfo.
Lo si può fare solo per amore, perché Amore ti porta a farlo, ma in sé il contemplativo lascia perdere, non mette le pietre miliari ai bordi del sentiero.
Accetta di precipitare in un abisso, come un asteroide che fonde le sue materie quando impatta con l’atmosfera terrestre. Tutto di sé deve scomparire mentre precipita, la conoscenza diviene ostacolo, tossicità, l’esperienza è squisitamente personale perché solo i sentire dello stesso grado sperimentano con la stessa ampiezza, ma certamente non allo stesso identico modo. [/uma]
Continua…
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