Ovvero sull’attivare il corpo astrale a partire da una obbedienza a un dettato mentale e a un archetipo.
Una delle ragioni che mi tiene lontano dalle relazioni è questo circo dell’attivare processi in realtà non sentiti: non sento niente ma non posso dirlo né a me né a te e allora attivo una rappresentazione. Naturalmente se mi dici che non sento quello, nego.
Questo velo auto prodotto copre ogni realtà profonda, realtà che ci inquieta perché, frequentemente, è caratterizzata da neutralità: in una vasta fattispecie di casi non proviamo assolutamente nulla e siccome ci risulta inaccettabile, attiviamo il circo.
Immagino che non condividerete, non ha importanza, non è questo che voglio approfondire, mi interessa il meccanismo di fuga dal vuoto interiore e le innumerevoli compensazioni.
Sotto al velo della rappresentazione c’è un vuoto che non sappiamo comprendere e che fondamentalmente ci spaventa.
Il contemplativo, il monaco, sono coloro che affrontano questo vuoto. Ma è reale? Solo in piccola parte, non è come appare, non è un vuoto, è uno stato per cui non abbiamo decodifiche. È essenzialmente la vita nel sentire, vita che ci appare come assenza dell’ordinario e la cui consistenza per noi non ha senso, e non lo ha perché non abbiamo sensi abbastanza sviluppati da percepirla.
Poi, certo, c’è anche proprio il vuoto, e questo anche il contemplativo lo sente. Non ho una spiegazione per questo vuoto, posso dire che è legato all’assurdo dell’incarnazione.
Cerco di spiegare qualcosa che vale per me ma non so se per voi ha un senso: la base dell’esistere quotidiano è nell’unità d’Essere con fluttuazioni della consapevolezza che incorporano ansie e paure; questa è la norma.
Ci sono poi spazi d’esperienza, ad esempio la sera prima di coricarsi, che sono solo non senso, vuoto. Qualcosa che non è riconducibile né all’unità d’Essere che ha sorretto la giornata, né alle ansie: puro non senso. Posso solo ipotizzare che sia una conseguenza della vita incarnata e delle sue meccaniche ma non so dire altro, proverò a indagare meglio.
È possibile che sia da porre in relazione proprio con l’unità d’Essere della giornata, come una specie di perdita di quello stato e la dimostrazione che tutto, assolutamente tutto, è vacuo.
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