Contemplazione: le logiche del karma, il servizio all’altro

Una contemplazione sulla compassione che non necessariamente si accompagna a vicinanza e simpatia.

Conosco una persona che ha dedicato la sua vita all’esclusivo soddisfacimento dei suoi bisogni primari: copulare, mangiare, bere. Esattamente nell’ordine di priorità. A settant’anni, divorata dal diabete, si trova invalida e condannata alla casa di riposo.

Conoscendo la natura del karma, non mi rimane difficile considerare che l’epilogo di una vita sia anche l’ultima chiamata a una comprensione. Su questo tema non dirò altro perché chi conosce il Sentiero sa che noi consideriamo il karma non una condanna ma una possibilità, e siccome tale è, bisogna lasciare che operi secondo il suo disegno. Cosa implica questo?
Nello specifico caso, che l’aiuto dei prossimi a quell’individuo non interferisca con il disegno karmico. Questo ci conduce a una questione di ben altra natura.

Colui/ei che presta servizio all’altro a quale logica interiore obbedisce? Non credo sia mosso da una sola spinta, ma da molteplici e comunque differenti da individuo a individuo. Ma certamente il dato in comune riguarda la consapevolezza di farlo per andare oltre sé, e così di essere in qualche misura d’aiuto a sé e forse all’altro.

Credo che non esista individuo che opera una qualche forma di servizio che non muova da questo presupposto; credo anche che i cristiani più avveduti siano consapevoli che la loro fede – così votata al servizio – sia un modo per decentrarsi da sé, unica condizione per lasciar emergere la natura cristica in sé.

Abbiamo compreso che la spinta a servire riguarda esclusivamente noi, e non abbiamo certezza alcuna che l’altro possa effettivamente beneficiare della nostra collaborazione: questo ce lo svela il meccanismo delle varianti personali. L’unica certezza che abbiamo riguarda l’intenzione che ci muove, per il resto è buio a parte la constatazione apparente di quello che l’altro vive e del karma che ci sembra operi in lui.

Dunque ognuno fa i conti con ciò che lo muove e con ciò che sente: la compassione che proviamo è anche vicinanza e simpatia? Proprio no, direi. La compassione è un moto del sentire, il senso di vicinanza e di simpatia, o anche solo di vicinanza, è proprio della soggettività.

Può esserci compassione nella più completa neutralità rispetto al processo esistenziale dell’altro? La risposta è scontata. Voi direte: ma come, se c’è compassione c’è anche un movimento nei corpi transitori!
Anche no: c’è compassione per la condizione esistenziale dell’altro, ma c’è anche la neutralità che sorge dal lasciare che il karma compia la sua opera, che dispieghi il suo disegno.

La mia reazione personale scompare di fronte al disegno karmico in atto e di me rimane solo la compassione, non altro.
Il disegno karmico di quell’individuo è legato al disegno dei tanti che con lui si sono intrecciati essenzialmente e che hanno imparato, magari subendo, dalle sue non comprensioni: voi penserete che allora debba sorgere quella sana simpatia per tutti i protagonisti di questo dramma, ma non a questa conclusione giungerò.

La compassione non è un sentimento, è il frutto di un sentire unitario che vede i disegni esistenziali in gioco e ne contempla l’evoluzione: questa unità di comprensione risulta possibile nelle neutralità della reazione dei corpi, là dove la soggettività non si introduce colorando affettivamente i percorsi dei singoli: l’unità è anche distanza, implica una distanza.

Lascia un commento