Cristo-Coscienza Unitaria1: Gv.1:1-5, tensione Essere/divenire

Non un commento a Giovanni, delle contemplazioni su alcune sue comprensioni.

1 In principio era il Verbo,
e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio.
2 Egli era, in principio, presso Dio:
3 tutto è stato fatto per mezzo di lui
e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste.
4 In lui era la vita
e la vita era la luce degli uomini;
5 la luce splende nelle tenebre
e le tenebre non l’hanno vinta.
Traduzione CEI 2008

1 In principio era il Logos,
e il Logos era presso Dio,
e Dio era il Logos.
2 Questi era in principio presso Dio.
3 Tutto è stato fatto per mezzo di lui,
e senza di lui non è stato fatto un solo (essere),
che sia stato fatto.
4 In lui era (la) vita,
e la vita era la luce degli uomini.
5 E la luce risplende nelle tenebre, ma le tenebre non l’hanno
afferrata.
Fonte: Runolf Schnackenburg, Il vangelo di Giovanni, Paideia editrice

Dice Kempis, Cerchio Firenze 77: «Nel principio era la parola, e la parola è “Appo” Dio, e la parola è Dio… Usiamo chiamare questo primo alito, questa prima manifestazione “Logos”, che in greco vuol dire appunto “parola” e sta a designare il centro ideale degli Universi, il massimo piano, lo spirituale per eccellenza.»
«Colui che vive coscientemente su questo piano è uno con Krishna, con Buddha, con Cristo, con il Tutto, con Dio.»

Il Cristo come Coscienza Unitaria-Logos: questa è certamente la comprensione di Giovanni, o di chi ha compilato il vangelo che porta il suo nome. Questo è anche il respiro dell’incipit del prologo, qualunque sia la sua origine. Questo respiro ci interessa.

È il respiro di Essere che ha in sé divenire, il respiro unitario che mai diviene duale se non nella illusione della percezione. È l’inizio di tutto e la sua fine, la consapevolezza che, in realtà, non c’è inizio né fine. C’è Uno, Ciò-che-È.

Tutto ciò che nel vangelo di Giovanni trova poi dispiegamento, qui, nel prologo, già è.
Il Logos non è la Parola, né il Verbo – questi termini sono altamente fuorvianti – è il principio che rende manifesto il Ciò-che-È. Questo sente il contemplativo quando contempla i primi versetti del prologo.

In cinque versetti c’è Essere e divenire,
Essere che è e che diviene (Tutto è stato fatto per mezzo di lui),
Essere che è e mai diviene (Questi era in principio presso Dio),
questo testimonia il sentire. Di questo, in modo ripetuto, testimonia Giovanni.

Siamo nella complessità di Essere ed Esistere in quella tensione da cui mai ci liberiamo finché siamo incarnati: percepiamo l’immensità senza tempo di Uno/Essere ma ogni aspetto del nostro essere ed esistere ci porta a voler andare, raggiungere, conseguire quando Uno è già, Tutto è già e il voler raggiungere, o solo il disporsi a raggiungere anche senza volontà, è pura tossicità.

Il contemplativo, alla fine, dovrebbe smettere ogni indagine, ogni riflessione e ricerca e contemplare senza fine l’abisso del presente dove Uno è Ciò-che-È. Questo mi interroga.

È realistico affermare che non dovrebbe esserci più riflessione e ricerca? In effetti no, è negare la natura dell’incarnazione: non esiste lo stato permanente di contemplazione ma il processo che è tensione tra interrogazione-riflessione-contemplazione. Quella tensione è il centro della questione.

C’è un fluttuare tra lo stato di consapevolezza incarnata e lo stato di unità in Uno: in virtù della natura dei corpi transitori lo stato permanente di unità in Uno diverrebbe non consapevolezza, mentre lo switch tra unità e divenire accende la consapevolezza di entrambi.
Non sono in grado di dimostrare quanto affermo se non attraverso la testimonianza diretta di ciò che sperimento: negli stati prolungati di unità la consapevolezza di questa si stempera fino a scomparire, diviene ferialità e routine, qualcosa di comune che i corpi hanno metabolizzato.

L’uscita dallo stato unitario e il ritorno in esso accendono le reazioni dei corpi transitori e la condizione viene registrata. Ogni rientro nell’unità – relativo e illusorio perché non c’è stata alcuna uscita – permette di approfondirne la natura.
La nostra condizione originaria è di essere Uno: questo è ciò che definiamo come noi stessi, come nostra vita e consapevolezza, ma perché vi sia piena consapevolezza di questo è necessario perderla – questo è l’immersione nel divenire – e ritrovarla.

La Consapevolezza Assoluta è consapevole di essere tale? Sì, chiaramente, altrimenti sarebbe relativa. Solo il grado di Consapevolezza Assoluta è totalmente autoconsapevole, ogni altro grado lo è relativamente. Ecco che quando in me si manifesta l’esperienza di Essere Uno questa subisce le conseguenze della tensione propria dell’incarnazione: è e diviene, fluttua.

Allora c’è Uno e c’è divenire, in alternanza? No, in simultaneità: coesistono come due livelli integrati, non separabili ma che hanno ampiezze di sentire differenti.

Concludo: ho preso spunto da Gv. per affrontare un tema che mi è caro e che ritengo importante per il contemplativo; questo è, verosimilmente, il metodo che seguirò anche nell’indagine degli altri passi di Gv.

1 commento su “Cristo-Coscienza Unitaria1: Gv.1:1-5, tensione Essere/divenire”

  1. Ad un certo punto affermi che il contemplativo dovrebbe smettere d’indagare, solo contemplare.
    Mi chiedo se non sia nella natura dell’Essere incarnato la propensione ad indagare, dai fatti più grossolani e via via più sottili.

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