Cerchio Firenze 77: tutto esiste in funzione delle scelte individuali 31.1

Segue dal post precedente. Se questo è vero – come è vero – allora è chiara la relatività del giudizio di chi, come l’uomo, non vede tutta la Realtà, ne vede una parte o – quanto meno – ne vede solo l’apparenza.

Libri del Cerchio Firenze 77 con l’insegnamento fondamentale:
Dai mondi invisibili
Oltre l’illusione
Per un mondo migliore
Le grandi verità
Oltre il silenzio
La Fonte preziosa
– Insegnamento filosofico del Cerchio Firenze 77, indice generale dei temi e dei post della categoria “Contemplare il paradigma” di questo sito. Contemplazioni di uma.
– Libri del Cerchio Firenze 77: indice dei commenti di E.Ruggini su YouTube con indicazione dei temi e riassunto vocale di alcuni minuti del contenuto di ciascun commento.
File vocali originali del CF77 dal 1965 al 1984
L’Opera Omnia del CF77

Mi si potrebbe obiettare che apparente non sembra quanto ciascuno percepisce, in special modo il dolore. D’altra parte, è altresì vero che il dolore che si osserva negli altri è reale per chi lo osserva solo nella misura in cui suscita, in qualche modo, un «sentire». Quante creature vicinissime a voi soffrono! Magari nell’appartamento contiguo al vostro; per esse il loro dolore è reale, ma non lo è per chi ignora tutto di quelle. Da questa considerazione ecco emergere una particolare concezione della realtà umana: per ciascuno è reale solo ciò che in qualche modo percepisce, comprendendo nel percepire anche il conoscere, e nella misura in cui è percepito. Dunque, quella che si crede realtà umana, è un insieme di soggettività.

D’altra parte è altresì vero che se l’uomo evolve, evolve proprio in forza di questa soggettività; intendo dire che al limite tutto potrebbe essere uno spettacolo di ombre senz’anima e l’uomo, il singolo, evolverebbe egualmente. Sicché il triste spettacolo che si osserva (la realtà dell’egoismo e dei conflitti nel mondo, ndr), al limite potrebbe essere una finzione scenica, valida per il solo spettatore così come in filosofia è la concezione del solipsismo e ciascuno spettatore avere il suo spettacolo indipendente dagli altri. Voi sapete che non è così, perché le varie storie soggettive che s’incentrano sugli esseri hanno dei punti di contatto.

La ragione per cui esistono i comuni denominatori – cosi abbiamo chiamato i punti di contatto delle varie storie individuali e soggettive – risiede nel fatto che ciascuno percepisce la stessa apparenza di una parte della Realtà unica totale. Ne discende che il mondo dell’apparenza, della percezione, ha una sua natura unitaria, sicché osservando la vita dei vostri simili molto probabilmente voi non osservate uno spettacolo di spettri senz’anima, ma teoricamente potrebbe esserlo; o quanto meno in alcuni casi lo è.

Abbiamo già preci­sato quando questo accade: cioè abbiamo già parlato della non contemporanea percezione di una stessa situazione spazio-temporale da parte di «sentire» di grado diverso. E abbiamo ancora parlato delle varianti, che realizzano l’effettiva possibilità di scelta del singolo, senza alterare la storia collettiva. Ma perché deve esistere l’effettiva possibilità di scelta del singolo? Non potrebbe essere, la libertà, una semplice apparenza, dato che abbiamo visto che anche ciò che si crede nel mondo umano oggettività è un insieme di soggettivismi? In altre parole, non potrebbe essere la libertà di cui crede di godere ciascuno, una semplice supposizione e nulla più?

Questo collimerebbe bene con il concetto di Eterno Presente, secondo cui tutto esiste già. Se così fosse, allora il futuro dell’uomo non dipenderebbe dalle sue libere scelte, ma sarebbe già predeterminato. A meno che – a meno che – tutto non esistesse già in funzione delle scelte
individuali, già note da sempre all’onniscienza divina
.
Diodoro Crono sosteneva che non v’è differenza fra possibilità e realtà, perché ciò che non si realizza non è possibile; e concludeva che tutto quanto accade deve accadere, perché
ciò che non accade non accade proprio a motivo che non può accadere. Non crediate che questo sillogismo sia facilmente controbattibile come può sembrare. Se getto un dado ed esce un numero, non osservo una delle sei possibili realizzazioni, perché se quel numero è uscito ciò significa che fattori cinetici od altro ne hanno determinato l’uscita; e siccome in quel momento i fattori cinetici erano quelli e quelli soli, quel numero solo poteva uscire e non un altro; dunque esisteva una sola possibilità veramente tale: quella che si è realizzata. Ciò che non si realizza a motivo di fattori cinetici o di altro genere, non è possibile. Da questo ad affermare che non esiste possibilità di scelta, il passo è brevissimo.

Senza entrare in polemica con Diodoro Crono, ciò che fa superare questa argomentazione – almeno per quanto riguarda la possibilità di scelta – è proprio la pluralità alternativa dell’esistenza soggettiva. Infatti Diodoro Crono nega più possibili realizzazioni in una stessa dimensione della realtà. Noi condividiamo questo, ma vedete: quanto più si afferma esistere un severo determinismo – cioè una rigida concatenazione di cause fisiche e psichiche che non lascia spazio a comportamenti autonomi ed indipendenti del singolo – e tanto più è necessario, per
affermare l’esistenza delle scelte individuali, ricorrere al concetto delle varianti che sono serie alternative di cause concatenate, ciascuna serie delle quali è legata con la serie che sta a monte – con la serie madre – non da un rapporto causale, ma contingente (relativo allo specifico della necessità esistenziale in causa, ndr).

Dunque causalità in seno alle serie; contingentismo lad­dove le serie si originano (nell’intenzione, ndr), le storie si sdoppiano. Dunque, determinismo nella vita macrocosmica e nella storia generale: indeterminismo nella struttura dei microcosmi laddove esiste potenzialmente un salto quantico nell’andamento dell’evoluzione individuale.

In altre parole, o si dice che la libertà non è necessaria all’incremento dell’evoluzione individuale – e quindi non esiste – oppure se si ammette che in determinati momenti della sua esistenza, l’individuo non dico possa, ma debba operare delle libere scelte, allora non si può ridurre la libertà ad un semplice fatto esterno, ad assenza di impedimenti esteriori, mentre nell’intimo dell’uomo la libertà non esiste perché ciascuno ha una sola possibilità: quella che corrisponde al suo intimo essere. Tutt’altro: nel mondo umano, a differenza del mondo naturale, la libertà non è un fatto esterno, ma è un fatto interiore e le varianti esistono proprio per dare questo carattere intimo alla libertà.

A prescindere dall’assenza di impedimenti esterni, i condizionamenti caratteriali e quant’altro contribuisce a formare la personalità dell’individuo e a determinare gli interessi dell’intimo essere, nel mondo umano non sono a senso unico, ma conducono l’uomo a reali scelte alternative. Se così non fosse, basterebbe una buona psicologia per indovinare tutti i comportamenti umani; mentre la psicologia è più valida a posteriori che a priori proprio per questo motivo.
Giovanna d’Arco, grazie alle varianti, può non abiurare e vivere una sua storia particolare, che s’innesta in quella generale rimasta invariata nei punti compatibili, per esempio: la prigionia e la morte. In effetti nessuno sa, tranne Giovanna d’Arco, se essa abiura o no. Proprio questo significa l’affermazione che tutto esiste in funzione delle scelte individuali, ma non in dipendenza di esse.

Inoltre, questa affermazione, prima di tutto non deve farci intendere che il manifestato sia stato pensato, progettato, realizzato ad hoc da Dio come un momento esterno alla Sua esistenza,
perché il manifestato forma parte integrante dell’esistenza di Dio, della Sua Natura, della Realtà divina. Un Dio assoluto che sia considerabile in due momenti: uno in cui è privo della Sua creazione, emanazione, manifestazione ed uno in cui ne è completo, sarà un’immagine mistica meravigliosa, ma filosoficamente è un assurdo.

In secondo luogo affermare che tutto esiste in funzione delle scelte individuali, significa implicitamente affermare l’esistenza delle scelte, e data la Natura di Dio che comprende in Sé tutto quanto esiste, senza successione fra potenza ed atto, se le scelte esistono non possono che essere reali possibilità, più che possi­bili realizzazioni, come Diodoro Crono suggerisce. E come potrebbero esserlo, se non con le varianti? L’affermazione che tutto esiste in funzione delle scelte individuali, è un’affermazione limitativa perché limita il numero delle varianti alle efettive scelte dell’individuo, non a quelle teoriche o supposte; ma è un’affermazione confermativa dell’esistenza delle scelte e perciò delle varianti.

[…] Il discorso che noi facciamo sulle varianti, è valido nella misura in cui è necessario che, per incrementare l’evoluzione individuale, l’uomo debba essere effettivamente – anche se relativamente – libero. Ma da che cosa possiamo arguire che la libertà è necessaria ad incrementare l’evoluzione dell’uomo? Passando in rassegna le varie specie naturali, si osserva come le specie dotate di maggiore autonomia siano quelle che hanno un grado maggiore d’espressione. Fra la vita di una pianta che per voi uomini, fino a qualche anno fa era considerata priva di sensibilità, e la vita di un animale vertebrato, la differenza di autonomia e di espressione è evidente. V’è dunque un legame fra autonomia ed espressione; quanto più una vita esprime, più è autonoma e viceversa. Non solo, ma v’è un legame fra autonomia, espressione ed evoluzione.

Infatti se si ammette che ciascuna forma di vita esprime un quid psichico o di mente, si deve ammettere che il quid espresso dalla pianta è meno evoluto di quello espresso da un animale vertebrato, proprio come l’autonomia e l’espressione. Sicché, personalmente, posso con ragione credere che privando un essere della sua autonomia, lo si priva non solo della sua possibilità di esprimere, ma anche della sua possibilità di evolvere. Non per nulla in fisiologia è risaputo che l’esercizio autonomo reca sviluppo; e che cos’è l’autonomia del mondo naturale se non l’analogo della libertà nel mondo umano?

Dunque privando l’uomo della sua libertà, lo privo della sua possibilità di evolvere? Attenti! In che misura è vera questa affermazione? L’essere relativo non nasce forse nella limitazione? E il karma, che qualunque sia reca coscienza, non è forse sottoposizione ad un effetto, e quindi coercizione? Dunque anche i fattori coercitivi recano sviluppo. Certo, ma lo recano quali contrari della libertà. L’individuo dall’ambiente ha degli stimoli; dai suoi istinti naturali riceve questi stimoli. Ma è proprio dal soggiacere a questi stimoli o dal resistere ad essi che nasce l’esperienza, la maturazione, la coscienza. Dunque l’evoluzione è il frutto di una misurata dualità: coercizione, libertà. Una delle tante dualità che rendono possibile la vita degli esseri nel mondo della percezione.

Riassumendo: il mondo umano, al pari di tutto ciò che «diviene», è conciliabile con il Dio Eterno Presente solo se si comprende che il «divenire» non è reale, è un’illusione della
percezione soggettiva; che tutto esiste già in modo da assicurare la libertà dell’individuo ove e quando questo sia necessario, per mezzo delle varianti che esistono in funzione delle effettive scelte individuali. Il mondo umano creduto oggettivo è costituito dall’insieme delle soggettività. Questa base comune, costituita dai punti di contatto delle soggettività, fa sì che le percezioni individuali non siano disarticolate le une dalle altre, ma al tempo stesso non impedisce che siano realizzate più versioni della realtà umana per mezzo delle varianti che sono punti di disgiunzione della soggettività. Punti di contatto, punti di disgiunzione: un’altra dualità del mondo della percezione. Tutto questo realizza in varie misure la libertà individuale che è sempre relativa ed è sempre proporzionale all’evoluzione. Libertà ed evoluzione sono strettamente connesse, come lo sono evoluzione e legge di causa e di effetto.

Nel mondo della percezione, l’esercizio della propria autonomia reca evoluzione direttamente o indirettamente, per mezzo dell’effetto coercitivo. Una più grande evoluzione consente una più grande autonomia, con il progressivo sottrarsi al karma coercitivo per effetto del progressivo identificarsi della volontà individuale con la volontà divina – per dirla in un termine mistico – che poi è la finalità del Tutto.
Dunque quello delle varianti è un momento della struttura cosmica che va dalle soglie dell’incarnazione umana per spegnersi con il progressivo identificarsi della volontà dell’individuo con la finalità del Tutto. Cioè termina allorché l’individuo abbandona la ruota delle nascite nel mondo della percezione. In questa fase particolare dell’esistenza individuale, allorché l’uomo può sottrarsi agli stimoli dell’ambiente e agli istinti animali, ma ancora non ha coscientemente indirizzata la sua volontà con la finalità del Tutto, è essenziale per lui:

  • poter disporre di scelte effettive, cioè di realtà alternative effettivamente realizzabili nel senso di Diodoro Crono;
  • che la sua scelta rimanga sua, cioè indeterminata per tutti tranne che per lui;
  • che la scelta non interferisca nella storia generale – cioè quella comune a tutti gli altri – la quale rimane quella che è, qualunque sia l’opzione che l’individuo decide. Lo strumento delle varianti soddisfa tutte queste condizioni.

Tuttavia, talvolta è più facile capire il principio che non come le cose effettivamente sono articolate. Talaltra è più convincente conoscere l’attuazione pratica che non i criteri fondamentali. La mèta è comprendere: per raggiungerla ognuno scelga il punto di vista che più gli è connaturale.

Lascia un commento