Una ricapitolazione: i diversi volti dello Zen [braak15]

Fonte: André van der Braak: Reimagining Zen in a secular age, Koninklijke Brill. Il PDF del libro.

[Capitolo3.6 Discussione] Non esistono risposte facili alle varie pressioni incrociate dello Zen nel quadro immanente che ho discusso in questo capitolo.

  • È possibile reimmaginare l’illuminazione come una nuova forma di pienezza al di là del normale fiorire umano, non contaminata da nozioni di trascendenza ontologica, senza essenzializzarla e teleologizzarla?
  • È possibile reimmaginare lo Zen in modo reincantato, al fine di fare spazio alla visione sacramentale del mondo buddista Mahāyāna, con i suoi buddha e bodhisattva?
  • Oppure possiamo trovare una via oltre la trascendenza e l’immanenza?
  • E dobbiamo immaginare la pratica Zen come aperta o chiusa?

Le varie forme di Zen in Occidente che ho distinto nel capitolo 1 hanno sviluppato ciascuna diverse strategie per rispondere a queste pressioni incrociate nel quadro immanente.
Lo Zen tradizionale si aggrappa allo Zen asiatico tradizionale e incantato, ignorando il disincanto come fenomeno empirico in Occidente. Lo studioso di religione americano Robert Orsi ha sostenuto che il mondo incantato dei credenti religiosi, il mondo densamente popolato di santi e spiriti, non è una cosa appartenente a un passato incantato ormai scomparso: essi rimangono presenze reali per molti, in un mondo secolare moderno che non trova posto per loro.

Lo Zen romantico separa lo Zen dalla visione del mondo incantata del buddismo Mahāyāna e sostiene che esista una cosa come lo “Zen universale”, che non è una religione ma una forma di misticismo universale, in contrapposizione allo “Zen buddista” religioso.

McMahan ha descritto la creazione di ciò che definisce “il secolare incantato” come un tentativo di abbracciare e trascendere allo stesso tempo il secolare. Attraverso la nuova concezione di una spiritualità universale radicata nell’esperienza personale, Sōen, Suzuki e altri hanno cercato di spostare l’incanto dal mondo esterno alla coltivazione di stati spirituali interiori, come modo per reinfondere sacralità nel mondo.

Lo Zen filosofico cerca di trovare nuove definizioni di trascendenza basata sull’affermazione che esistono diversi tipi di trascendenza in Asia e in Occidente. La meditazione Zen mantiene un approccio aperto alla pratica Zen. E la consapevolezza Zen cerca di raggiungere uno Zen disincantato psicologizzando e demitizzando le narrazioni Zen incantate, immaginando lo Zen in modo chiuso come uno strumento per il benessere contemplativo.

Vorrei sottolineare ancora una volta che pressioni incrociate come quelle discusse in questo capitolo sono sempre state presenti nella tradizione storica Zen. Esistono risorse all’interno della tradizione cinese Chan che decostruiscono gli esseri e le realtà trascendenti.
Brook Ziporyn sostiene che alcuni dei primi maestri Chan tendevano a leggere il linguaggio mitologico dei testi buddisti indiani Mahāyāna come metafore di aspetti della mente umana e delle virtù umane.

Il Sutra della Piattaforma rifiuta ripetutamente la trascendenza ontologica: la Terra Pura non è lontana, ma è qui e ora. Secondo l’interpretazione di Ziporyn, Huineng denigra l’aspirazione a rinascere nel paradiso occidentale del Buddha Amitabha (comune tra i praticanti del buddhismo della Terra Pura), “a favore di nozioni di pratica buddhista intensamente focalizzate sull’immanenza delle realtà buddhiste ultime qui e ora, disponibili nell’esperienza umana presente e che formano una parte intrinseca e inalienabile del mondo umano”.

Siamo giunti alla fine della prima parte di questo libro, che è stata la parte descrittiva della mia indagine. Nel capitolo 1 ho descritto i processi di adattamento e difesa rispetto alle varie trasmissioni dello Zen in Asia e in Occidente, che lo hanno modellato in vari modi, sempre nel contesto di pressioni incrociate.
Nel capitolo 2 ho utilizzato A Secular Age di Taylor per spiegare a cosa lo Zen doveva adattarsi nella sua trasmissione in Occidente durante il secolo scorso: la cornice immanente, il disincanto, il sé protetto e la pienezza nella normale fioritura umana.
Nel capitolo 3 ho spiegato le pressioni incrociate inerenti all’incontro dello Zen asiatico con il quadro immanente: la perdita e la fragilità del significato; la sensazione che il sé protetto sia diventato una prigione; la necessità di superare la distinzione tra immanente e trascendente e le conseguenti sfide per l’adattamento dello Zen e le opportunità per la sua promozione.

Continua…

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