Fonte: André van der Braak: Reimagining Zen in a secular age, Koninklijke Brill. Il PDF del libro.
[Capitolo3.5, il 4 non è riportato] Le varie pressioni contrastanti discusse finora hanno tutte a che fare con questioni dottrinali. Il bene supremo consiste in una pienezza che va oltre il normale fiorire umano, oppure no? Esiste davvero una dimensione trascendente, oppure no? Queste domande riguardano il credo religioso giustificato. Tuttavia, le varie tradizioni buddhiste, e in particolare la tradizione Zen, non sono caratterizzate in primo luogo dall’ortodossia (che enfatizza il credo giusto), ma dall’ortoprassi (che enfatizza la pratica giusta).
È degno di nota il fatto che tre dei punti di svolta nella tradizione Zen di cui ho discusso nel Capitolo 1 (realizzazione improvvisa contro coltivazione graduale; una trasmissione speciale al di fuori delle scritture contro l’uso delle pratiche buddiste tradizionali come forma di upaya (mezzi abili); lavorare con i koan o l’illuminazione silenziosa) riguardano la pratica piuttosto che la dottrina.
Dōgen afferma: «Per un buddista la questione non è discutere la superiorità o l’inferiorità di un insegnamento rispetto a un altro, né stabilirne la rispettiva profondità. Tutto ciò che deve sapere è se la pratica è autentica o meno». Tale atteggiamento risale al Buddha che rifiutava le questioni metafisiche che comportano false dicotomie e dilemmi.
[→uma] È possibile separare pratica da interpretazione e viceversa? Come faccio a sapere se la mia pratica è autentica? Chi me lo dice? Una autorità altra? E che ne sa! Certo, se vivo in monastero faccio presto a essere svelato, tutto parla di me e l’asino non può nascondersi, ma se vivo nel mondo, o in solitudine, chi svela l’asino?
Secondo la mia comprensione, solo una attenta osservazione (oltre, chiaramente, alla relazione) pone al riparo dai rischi, ma l’osservazione non è mai svincolata dall’interpretazione. I miei fatti interiori, o quelli che mi giungono dall’esterno, hanno una essenza e una valenza simbolici e chi decodifica il simbolo, con quali strumenti?
La realtà non è binaria, una intenzione apparentemente generosa può essere ampiamente contaminata, come si discerne questo se non con gli strumenti propri dell’interpretazione?
La realtà stessa che viviamo non ha nulla di oggettivo, è estratta dall’indifferenziato Essere da cosa se non dal sentire individuale? E il sentire, in ultima analisi, che cos’è se non un grado di consapevolezza dell’Assoluto? Un dato grado di consapevolezza genera certe esperienze e interpretazioni, un altro grado altre esperienze e interpretazioni.
Ora, per interpretazione intendo la capacità dell’artefice di vedersi spassionatamente in riferimento alle spinte che lo muovono, all’orizzonte che si configura interiormente, al come colloca la propria vita nel divenire.
Questa interpretazione non ha caratteristiche intellettuali, non è riservata ai colti e ai sapienti, il più semplice dei semplici – se ha un sentire evoluto – ha cognizione di sé, del proprio vivere in coerenza con ciò che lo muove, con ciò che sente. Questo non vale, chiaramente, per un sentire primario, perché in questo caso non ha consapevolezza che dei propri istinti, ma qui parliamo di individui nella via, dunque di qualcuno che ha conseguito una base discreta di sentire.
Interpretazione e pratica procedono assieme, indissolubili. Individui di formazione diversissima ma di sentire equivalente giungono a conclusioni/interpretazioni esistenziali simili, pur facendo riferimento ad archetipi transitori e a simboli anche molto differenti. Fanno questo perché pratica e interpretazione sorgono entrambe dal sentire e sono coerenti tra loro anche se, in individui di culture differenti, possono essere molto lontane nella forma e nei simboli.
Privilegiando la pratica frantumiamo l’essere, allo stesso modo di quando privilegiamo l’interpretazione a prescindere dalla sua attuazione, inoltre finiamo per ridurre la pratica a un’astrazione: non basta praticare, veramente non basta a niente perché separata dall’interpretazione non significa nulla: l’umano è uno, non puoi sezionarlo. [/uma]
Non riportiamo la seconda parte di questo capitolo perché di scarso interesse. Tratta di “pratica chiusa e pratica aperta” ma non si comprende cosa voglia sostenere.
Continua…