Dōgen, Busshō: commento (1) di J.Forzani a Busshō 12 [busshō12.2]

[Sommario IA] Viene confrontata la visione di Seian (“il tutto è il tutto che vive: natura autentica ente”) con quella di Dai I (“il tutto è il tutto che vive, natura autentica niente”), evidenziando come quest’ultima sia ritenuta superiore per la sua capacità di evitare la cristallizzazione in dogmi.

Si discute il concetto di “natura autentica”, affermando che non è qualcosa da possedere o ottenere, ma la vera natura di ogni cosa, che ognuno deve incarnare nella propria vita.
Si critica l’idea di esprimere la verità solo ripetendo le parole degli altri, enfatizzando invece l’importanza di esprimere la propria verità in modo personale e unico.
Il lavoro manuale di Hyakujo viene presentato come esempio di come la via di Budda si evolve e si manifesta in diverse forme nel corso della vita.
Viene sottolineata l’immutabilità della via nonostante la sua continua trasformazione e movimento, rappresentata dall’espressione “natura autentica niente”. [/S]

[JF] Come esempio del modo di testimoniare la via che continua per tutta la vita, prendendo la forma di riversare ogni momento della propria vita nella testimonianza della via, di cui Doghen parla a conclusione del precedente discorso, viene ora citato questo maestro Dai I (in cinese Ta-yuan 771-853) discepolo di Hyakujo Ekai (Pai chang Huai hai 720-814), grande riformatore del Buddismo Zen cinese: è l’estensore della regola monastica alla quale si sono ispirati tutti i maestri successivi che hanno codificato una regola, Doghen compreso.

Hyakujo Zenji è uno dei primi abati Zen ad aver messo in rilievo l’importanza del lavoro manuale nella vita della comunità, operando con ciò una vera rivoluzione: fino ad allora il lavoro era visto come un impedimento alla pratica della via da parte dei monaci, che si dedicavano esclusivamente allo zazen e all’elemosina. Hyakujo asserisce che un giorno senza lavoro è un giorno senza cibo, in quanto ciascuno deve procurarsi il nutrimento con il proprio personale lavoro: si narra che un giorno, quando già aveva superato gli ottanta anni, i discepoli nascosero la sua zappa per impedirgli di lavorare nei campi: lui allora non mangiò più finché non gli restituirono il suo attrezzo di lavoro.

Una trasformazione straordinaria della via di Budda, se si pensa che in India ogni lavoro manuale era per regola proibito al monaco, il quale doveva dipendere da altri per il sostentamento, per realizzare l’interdipendenza fra gli esseri e i diversi stili di vita. Qui invece assume più importanza il fatto che ognuno deve basarsi e contare fondamentalmente su se stesso e che l’interdipendenza fra gli esseri non deve diventare un alibi per delegare ad altri un aspetto essenziale della propria vita, quel sostentamento materiale senza il quale non c’è durata di vita e dunque non può esserci via.

Questo brano del testo di Doghen ci mostra proprio questo aspetto importantissimo: che il rapporto con la via cambia con il procedere in essa, e questo cambiamento si concretizza in diverse forma di comportamento e in diverse forme espressive. Nel precedente capitolo abbiamo visto il maestro nazionale Seian affermare: «Il tutto è il tutto che vive: natura autentica ente». Doghen ha preso spunto da quell’affermazione per esaminare il significato di essere in questa espressione natura autentica ente, professata da Seian.

Riascoltiamo le sue parole: «In verità anche questo essere di natura autentica ente devi spogliarlo e abbandonarlo. Spogliarlo e abbandonarlo è renderlo una solida barra di ferro; una solida barra di ferro è la via [l’appoggio lungo il loro continuo spostarsi] degli uccelli. Così è! Perciò tutto le cose che sono natura autentica altro non sono che le cose che esistono del tutto che vive. Devi penetrare fino in fondo il tutto che vive; non solo, devi penetrare fino in fondo anche la natura autentica: questo è il criterio che guida».
Questo Seian era un discepolo del grande maestro Baso Doitsu (Ma tsu Tao i 709-788) di cui anche Hyakujo era discepolo. Dai discepoli di Baso hanno origine le cinque grandi scuole dello Zen cinese, due delle quali, Rinzai e Soto, sono giunte fino a noi passando per il Giappone.

Il maestro Dai I di cui si parla in questo capitolo si esprime in termini diametralmente opposti rispetto a Seian: «Il tutto è il tutto che vive, natura autentica niente». Dopo tutto quanto si è detto abbiamo gli elementi per comprendere perché «solo l’espressione il tutto è il tutto che vive, natura autentica niente è eccellente nella via di Budda» rispetto ad affermare l’esistenza di natura autentica: anche se (anzi, in perfetta sintonia con il fatto che) Budda, il venerato maestro di noi tutti, afferma che tutto è il tutto che vive, ogni cosa che è, è natura autentica.

Con questa affermazione Sakyamuni Budda affermava una verità mai udita in modo così esplicito e diretto: la natura di Budda, la natura autentica dell’essere, non è qualcosa che qualcuno ha e qualcuno no, non è qualcosa che si ottiene, per grazia o per merito, non è qualcosa di speciale, ma è la vera natura di ogni cosa che è la forma del tutto vivente, l’entità del tutto che esiste come ogni cosa. Questa verità doveva essere espressa in questo modo universale e onnicomprensivo, ma perché sia vera davvero è necessario che ognuno la faccia propria, la incarni nella propria vita e nel proprio modo di esporla.

Non ci si deve fermare a quella espressione della verità: perché fermarsi è la negazione della via; perché, siccome tutto è il tutto che vive, ognuno deve esprimere la verità nel modo che gli è proprio e non prendendo a prestito il modo di un altro; perché estrapolare un’espressione, per quanto santa e saggia, è il modo migliore per separarla da sé, facendone un idolo, mentre quell’espressione toglie il supporto a ogni idolo. Niente indica che l’affermazione dell’essere non vuol dire che la natura autentica è qualcosa, che posso trattare da osservare, mostrare, venerare; niente indica che la natura autentica non può diventare il mio bastone da viaggio prima che io sia effettivamente la mia natura autentica: quando io sono la mia natura autentica ne faccio il mio bastone da viaggio, ne faccio i passi del mio cammino, e allora il suo nome è niente, perché chiamandola con un nome speciale ne faccio qualcosa che non è. [/JF]

[JF] Così dice molto meglio la via l’espressione di Dai I che non quella di Seian, il quale in fondo non fa che ripetere le parole di Sakyamuni: le stesse venerabili parole possono diventare stimolo a farle proprie, assimilandole e annullandole come si fa di un cibo che si digerisce e diventa nutrimento e poi energia che si trasmette con il proprio modo d’essere, oppure ostacolo e impedimento, perché ci si paralizza nella ripetizione del sentito dire, senza inghiottire mai il cibo che abbiamo davanti. La via non è un sentiero immobile su cui noi ci muoviamo: vive e si muove essa stessa, e non è mai la stessa: questa è la sua immutabilità. Così il monaco Hyakujo rivendica come via di Budda il lavoro fisico per il proprio sostentamento, in totale armonia con gli antichi maestri che affermano come via l’astensione da ogni lavoro produttivo che può offuscare la gratuità dell’esistere. La via è il tempo del suo momento: natura autentica niente. [/JF]
Continua.

Fonte: Busshō. La natura autentica, di Eihei Doghen. A cura di Giuseppe Jiso Forzani. Edizioni EDB, Bologna, marzo 2000.

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