Concludevo il post precedente con questa domanda: chi, cosa è l’umano?
E rispondevo: è sentire di coscienza che – in parte relativa – assume una forma.
Senza una adeguata visione antropologica della natura dell’essere umano, discutere del Cristo e di Gesù è un esercizio privo di basi, un autentico castello di sabbia.
Ciò che è accaduto duemila anni fa è realtà vivida e presente ancora oggi perché allora altro non è accaduto che il compendio di tutto l’itinerare esistenziale dell’umano.
Gesù non è l’umano che compendia etica e Idea – come sembra affermare Mancuso – è l’umano che dispiega l’intero spettro della sua natura: divenire ed Essere, limite e completezza, forma ed Essenza. In Gesù accade qualcosa che è umano e che lo trascende perché riguarda il compimento del cammino umano, cammino che è nella forma umana ma anche nel suo superamento, che è incarnazione e vita nel sentire priva di necessità di incarnazione.
Sentire relativo che manifesta il sentire unitario. Gesù-sentire relativo che incarna il sentire-Cristo. Il mito appella questa esperienza utilizzando l’espressione Figlio di Dio, ricorrendo a un topos linguistico dell’epoca, topos che aveva un senso per chi lo pronunciava e lo ascoltava, senso che non ha più oggi.
Ma cosa significano le espressioni Figlio di Dio e Cristo? Non tanto cosa significano ma cosa rappresentano: l’Unità nell’Essere. (Se volete, leggete in questa nota cosa intendiamo nel Sentiero per unità d’Essere nella sintesi operata da Kaya Sentiero)
Figlio di Dio è l’espressione che simbolizza l’Unità d’Essere. Il termine Cristo rimanda alla stessa dimensione d’Essere: dimensione estranea all’umano o sua essenza in atto e in potenza?
Essenza dell’umano in atto
Quella manifestazione che noi consideriamo natura dell’umano è, colta nella sua essenza, uno stato di Essere. Abituati a considerare ogni stato nell’ottica duale di “limite non limite”, dimentichiamo che ogni accadere è semplicemente Ciò-che-È, Essere. Diviene limite/non limite quando è sottoposto alla discriminazione, alla comparazione, alla valutazione: in sé è solo Ciò-che-È.
In altri termini, ciò che a ogni momento consideriamo “noi” e “nostra vita”, è sentire che accade nella forma permessa dalla sua ampiezza: a un dato grado di comprensioni conseguite corrisponde una certa ampiezza di sentire ed è quella che determina il momento presente, che lo genera. C’è una unità d’Essere tra corpo della coscienza (akasico) e corpi transitori (mentale, astrale, fisico), quella unità d’Essere si manifesta come vita di una soggettività.
Il sentire, nel grado conseguito, è forma e tempo: divenire.
Essenza dell’umano in potenza
Simultaneamente all’accadere di quanto sopra descritto, c’è un’altra realtà, un altro grado di sentire che è e non diviene, perlomeno non diviene al modo della dinamica che intercorre tra coscienza e suoi corpi.
È il sentire compiuto che definiamo Coscienza Cosmica, un livello del sentire unitario. È lo stato di coscienza che definiamo “Cristo” e che i cristiani appellano come “Figlio di Dio“.
Un sentire che, per la coscienza incarnata, rappresenta un grado da conseguire, il suo orizzonte, ciò verso cui tende.
Se il corpo della coscienza in strutturazione può essere simboleggiato dal numero dieci, la Coscienza Cosmica è il numero mille: il corpo della coscienza, attraverso le molteplici incarnazioni e i processi successivi all’uscita dal saṃsāra, acquisirà l’ampiezza di sentire e la struttura della Coscienza Cosmica, del Cristo, del Figlio di Dio. Questo nella logica del divenire, della successione, a fine post mi affaccerò su un’altra logica*.
Nell’umano Gesù – umano generato da un grado di sentire relativo e in divenire, dunque coscienza in trasformazione in virtù dei processi incarnativi, si è manifestata una coscienza molto più ampia, evoluta, strutturata: la Coscienza cosmica – Cristo (da adesso in poi semplicemente Coscienza Unitaria).
Come è stato possibile questo? Non attraverso una forma di medianità – ovvero di connessione/allacciamento vibratorio a livello del corpo akasico e/o dei corpi transitori – ma attraverso un processo intuitivo/ispirativo: il sentire unitario pervade la coscienza relativa e questa i corpi transitori. Un travaso tra vasi comunicanti.
I corpi transitori dell’umano Gesù non avrebbero retto la vibrazione della Coscienza Unitaria ma hanno potuto reggere la pienezza della coscienza relativa “satura di Dio“.
Ecco che, nell’umano Gesù, si realizza la sintesi tra unità e separazione, Essere e divenire: sintesi precaria perché il piccolo contenitore umano – coscienza e corpi – non può contenere la vasta Coscienza Unitaria, vibratoriamente non è possibile.
Questo spiega le angosce di Gesù nell’orto del Getsemani e sulla croce, come spiega la potenza dei segni e l’ampiezza dell’insegnamento. Il processo intuitivo/ispirativo è fluttuante, i dati affluiscono con discontinuità e questo permette alla consapevolezza di avere ora caratteristiche più umane ora più unitarie.
L’uomo Gesù è stato un’officina vivente in cui l’umano essere e la Coscienza Unitaria convivevano in modo instabile. In lui è stato contenuto il presente di ogni umano e il suo destino ultimo.
Il Cristo non è un’idea, un ideale alto, è uno stato di coscienza. Gesù è uno stato di coscienza: due stati di coscienza differenti. Tutti tendiamo alla stato Cristo, è nella natura delle coscienze, del sentire di coscienza che si amplia fino ad abbracciare tutti i sentire di un Cosmo: da sentire relativo diviene sentire unitario.
*L’altra logica: Gesù e il Cristo/Coscienza Unitaria sono la stessa coscienza in due momenti differenti del suo sviluppo. Gesù è la coscienza nello stato relativo, il Cristo la stessa coscienza nello stato di piena unità: due appellativi differenti per due stati di coscienza di differente ampiezza.
Ciò che duemila anni fa è accaduto è anche ciò che accade ferialmente a ciascuno di noi, sebbene in forma molto più attenuata: il sentire più ampio illumina il cammino del sentire meno ampio attraverso il processo intuitivo. Sono dinamiche interne allo stesso sentire.
Tutti i piani dell’esistere e dell’Essere sono interconnessi, l’umano è uno e comprende tutte le dimensioni, la questione riguarda solo dove è appoggiata la consapevolezza.
Nell’umano comune la consapevolezza è sui sensi e i dati che forniscono, nel contemplativo è sul sentire, nell’unificato è sui piani più vasti del sentire unitario.
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La convivenza in Gesù dei due stati di Coscienza :relativo ed unitario, è chiarissima.
Nel nostro piccolo anche noi oscilliamo tra l’una e l’altra dimensione, a seconda del Sentire acquisito.
Facendo esperienza del sentire nella nostra vita, possiamo percepire il processo unitario che si manifesta in Gesù, dove la coscienza cosmica si rende manifesta nellla sua persona.