Queste beatitudini sono state trasmesse da una entità denominata La Voce durante una seduta del Cerchio Firenze 77.
Una presentazione de La Voce, il testo completo delle beatitudini
e gli altri interventi dell’entità all’interno del Cerchio Firenze 77
3- Beati voi siete che potete nutrirvi senza preoccupazione, ma guai a chi non dona il superfluo, perché di chi nulla possiede è il Regno dei Cieli.
Ma guai a chi non dona il superfluo perché di chi nulla possiede è il Regno dei Cieli. Donare il superfluo/chi nulla possiede: essere liberi dai vincoli mondani, questa mi sembra essere la questione.
È un postulato della Via o il suo epilogo? È uno stato interiore che è presente sempre come anelito e come proposito e che diviene realtà compresa e incarnata solo lungo il cammino.
È il processo del perdere, di cui abbiamo mille volte parlato, che diviene reale man mano che la consapevolezza si focalizza sul sentire: come il sentire si amplia, il legame con i desideri si modifica. A un certo punto sembra che non vi siano più bisogni nel sentire e dunque non sorgono desideri nel vivere.
Allora la vita sembra non avere più senso e scopo e si presenta un vasto deserto: l’umano senza bisogni nel sentire e desideri nella soggettività non è più l’umano conosciuto, non si riconosce e non comprende cosa sia divenuto. Cosa è divenuto?
Colui-che-È. La consapevolezza dell’accadere di un grado di sentire, non importa quanto vasto.
L’umano, oltre bisogni e desideri, scopre questa dimensione d’esistenza, dimensione che non lo qualifica, lo azzera in quanto soggetto munito di una specificità: ciò che è specifico è l’accadere – quel sentire che accade – non l’auto attribuzione di quel fatto/sentire.
Comunemente è l’auto attribuzione che occupa il centro della consapevolezza, ma non a questo punto. Qui c’è solo il sentire e la sua consapevolezza, non esiste alcuno che dica: è mio. Non c’è più la consapevolezza di una soggettività, c’è solo sentire consapevole di sé: Colui-che-È.
Il pronome non designa un soggetto ma un ambito di sentire: Colui è un senza-nome, sta a indicare semplicemente un grado di sentire relativo.
Un fatto è sentire che accade, una relazione è una sequenza di fatti: è immaginabile che sia vissuta da un senza-nome? È sbagliata la domanda, non è il senza-nome che vive, è il sentire-che-è: l’espressione senza-nome non identifica un soggetto scomparso ma un sentire: sentire relativo ma senza definizione, senza l’autoconsapevolezza di un soggetto.
Nel mezzo di un grande deserto, nella scomparsa di ogni riferimento umano. Allora, a quel punto, solo la mappa del sentire è di aiuto: cosa indica la mappa? Unità in ogni direzione; assenza di confine; compassione; comprensione. Mille sono le declinazioni di questi quattro presupposti dello sguardo fatto di sentire, mille le possibilità di indagine perché mille sono le sfumature.
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Comprendo che quando si diventa sentire si è anche senza nome.
Allora il deserto, senza più riferimenti umani è casa.
In un altro post avevi scritto che nel divenire il viaggio è anche la meta (cito a memoria).
Quindi qualunque sia il nostro srntire, in quel momento quella è la metà, anche se ancora non si è dei srnza nome.
Sono tanti i momenti in cui l’identificazione c’è, si sente e mi piace. Mi rendo conto di questo.
Andare contro questo non serve, contemplarlo forse si. In un continuo ciclo di consapevolezza e contemplazione, il Ció che È appare nelle fratture tra un desiderio e l’altro.
Mi rendo conto che approdare a quel deserto, in cui il soggetto scompare è una condizione difficile da accettare.
Quanti sono nei momenti della giornata in cui emerge un’aspirazione, un bisogno, un desiderio.
Posso osservare questo processo e via via abbandonarlo, ma si ripresenta e non sempre si ha la prontezza di riconoscere quell’ identificazione.
Attraversare il guado che conduce al completo abbandono, richiede un forte equipaggiamento interiore, richiede dedizione e pratica.
Se ogni goccia arriva al mare, la fiducia sostiene ogni incerto passo.
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