Simone Weil: riflessioni sull’utilità degli studi e sull’amore di Dio 1

Fonte: Simone Weil, Attesa di Dio
La chiave di una concezione cristiana degli studi è che la preghiera esige attenzione, esige che venga orientata verso Dio tutta l’attenzione di cui l’anima è capace.

La qualità dell’attenzione è strettamente collegata alla qualità della preghiera. Il calore del sentimento non può supplire.
Soltanto la parte più elevata dell’attenzione entra in contatto con Dio, quando la preghiera è sufficientemente intensa e pura perché si possa stabilire un simile contatto; ma tutta l’attenzione è rivolta a Dio.

Gli esercizi scolastici sviluppano, certo, una parte meno elevata dell’attenzione, tuttavia essi hanno una loro efficacia per accrescere quel potere dell’attenzione che sarà disponibile al momento della preghiera; però devono essere eseguiti a questo scopo e soltanto a questo scopo.
Oggi sembra che lo si ignori, ma lo scopo reale e l’interesse quasi unico degli studi è quello di formare la facoltà dell’attenzione. La maggior parte degli esercizi scolastici hanno anche un certo interesse intrinseco; ma è un interesse secondario. Tutti gli esercizi che fanno veramente appello alla nostra capacità d’attenzione sono interessanti al medesimo titolo e quasi nella stessa misura.

I liceali, gli studenti che amano Dio, non dovrebbero mai dire: «A me piace la matematica», «A te piace il francese», «A me piace il greco». Devono imparare ad amare tutto ciò come strumento per sviluppare l’attenzione che, orientata verso Dio, è la sostanza stessa della preghiera.
Non avere attitudine o gusto naturale per la geometria non impedisce che la ricerca della soluzione di un problema o lo studio di una dimostrazione sviluppi l’attenzione. È quasi il contrario, è quasi una circostanza favorevole.

Anzi, poco importa che si riesca a trovare la soluzione o ad afferrare la dimostrazione, purché si faccia veramente uno sforzo per riuscirvi. Mai, in nessun caso, un vero sforzo di attenzione va sprecato. Esso è sempre pienamente efficace dal punto di vista spirituale e lo è anche, di conseguenza, sul piano inferiore dell’intelligenza, dato che ogni luce spirituale illumina l’intelligenza.

Se si ricerca con vera attenzione la soluzione di un problema di geometria, e se dopo un’ora si è sempre allo stesso punto di partenza, ogni minuto di quest’ora costituisce un progresso in un’altra dimensione, più misteriosa. Senza che lo si senta, senza che lo si sappia, questo sforzo, in apparenza sterile e senza frutto, ha fatto più luce nella nostra anima. Il frutto si ritroverà un giorno, più tardi, nella preghiera e, per di più, lo si ritroverà senza dubbio anche in un qualsiasi campo dell’intelligenza, forse del tutto estraneo alla matematica. Un giorno, colui che ha compiuto senza risultato questo sforzo sarà forse capace di cogliere più direttamente la bellezza di un verso di Racine, proprio grazie a tale sforzo. Ma che il frutto di simile sforzo si debba ritrovare nella preghiera è cosa certa, su questo punto non v’è dubbio.

Certezze di questo genere sono date dall’esperienza. Ma se non vi si crede prima di averne fatto la prova, se almeno non ci si comporta come se vi si credesse, non si farà mai l’esperienza che dà accesso a simili certezze. C’è in questo una specie di contraddizione. Ciò avviene, a partire da un certo livello, per tutte le conoscenze utili al progresso spirituale: se non vengono adottate come regole di condotta prima di averle verificate, se non si rimane fedeli a esse per lungo tempo soltanto per un atto di fede, una fede inizialmente tenebrosa, senza luce, non si trasformeranno mai in certezza. La fede è condizione indispensabile.

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