Nell’abbondanza siamo divenuti incapaci di cogliere l’Essenziale che accade: l’essere vivi, godere di una buona salute, avere figli sani.
Ma anche essere ammalati, avere figli con problemi è l’Essenziale. O no? Bisognerà definire cosa è l’Essenziale.
Certamente può essere quel luogo dell’interiore che chiamiamo Essere, ma l’Essenziale in sé è una disposizione più che un luogo, un piano di coscienza: è la disposizione che colloca la consapevolezza nell’Essere, nelle sue necessità, nel percorso che all’Essere conduce.
L’Essenziale è l’orientamento di una consapevolezza, la sua priorità essenziale: cosa è prioritario per una coscienza? Sperimentare. Non è prioritario il bene, non il male – ammesso che questi termini abbiano un senso – è fondamentale poter acquisire comprensione, strutturare il corpo akasico perché solo con questo corpo strutturato si possono stabilire nuove connessioni spirituali e l’esperienza – dall’essere rivolta alla sperimentazione nel mondo dei sensi – può evolvere al mondo del sentire.
La strutturazione dell’akasico è il valico, finché non viene superato si rimane confinati nelle dinamiche del divenire e ogni altro orizzonte è precluso.
Se questo è il postulato, ne consegue che una coscienza e il suo sentire non perseguono prioritariamente stati che l’umano definirebbe positivi, di benessere e di felicità: una coscienza persegue le comprensioni che le necessitano e queste possono richiedere esperienze molto dure, dipende dalle non comprensioni che sono in gioco.
Allora l’Essenziale è ciò che adesso, proprio adesso è necessario e funzionale al sentire: l’Essenziale è il pane di oggi, che può essere caldo e morbido o duro e ammuffito.
“Dammi il pane di oggi, mi smarrirò magari ma non protesterò“, questo afferma il contemplativo.
Accettare di essere smarriti nel dedalo delle vie che la vita ci porta a percorrere non è cosa da poco: non tutto è chiaro, non tutto è decodificabile nel suo intento e nella sua direzione, spessissimo è tutto confuso e si accavallano simboli e segni e dal guazzabuglio non è facile districarsi: lo smarrito, non di rado, si smarrisce ancor di più.
“Sono smarrito ma accolgo lo smarrimento di oggi come pane necessario”. Possiamo affermare questo? Accogliere lo smarrimento senza voler affrettare una soluzione, senza cadere in balia dell’ansia? Non è facile. Pensate a un genitore con un figlio malato e una diagnosi sfavorevole. Non è facile.
Dicevo ieri a una sorella:
Se osservi il dolore – o qualsiasi altro stato – se lo contempli non come provocato da ***, non come conseguenza di un processo, non come sconfitta, non come risultato di non scelte o di non coraggio o di condizioni sfavorevoli, ma solo come dolore – come stato – allora, vissuto e sentito come sensazione, come emozione, ti condurrà direttamente all’Essere.
Vale anche per lo smarrimento, per la perdita dell’ancoraggio all’Essenziale, per ogni stato interiore: contemplare il pane di oggi, qualunque sia.
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Solo gratitudine per non aver mai avuto pane tanto duro…
“Contemplare il pane di oggi, qualunque sia”
Comprendo ma può accadere che la stanchezza sia tale che non c’è spazio per la contemplazione.
Il fisico va per forza di inerzia.
Questa riflessione vibra in me, così è, grazie
Grazie!