Il monaco è un essere fragile, vulnerabile. La scelta di vita che ha fatto – qui parlo del monachesimo in generale, non solo di quello cristiano – lo rende un senza pelle.
Il monachesimo nel Sentiero, che non prevede rinunce e discipline particolari, conduce come ogni forma di monachesimo alla vulnerabilità, perché? Perché la vulnerabilità non è legata alle discipline ma al livello vibratorio che viene coltivato.
Mi si osserverà che il monaco che ha scelto la via della castità, ad esempio, ha sfide diverse dalle nostre: non tanto, direi, a meno che quando ha fatto quella scelta non fosse pronto per farla. Se era pronto, quella sfera più di tanto non lo tormenta e se lo tormenta perché aderire a un paradigma di monachesimo che pone quel vincolo, mille sono le declinazioni dell’archetipo del monaco. So che sto semplificando, ma non è di questo che voglio parlare.
Il monaco diviene fragile in virtù della vita che vive, vita intesa vibrazionalmente, innanzitutto.
– Il vivere appartati, per il possibile;
– fuori e lontano dal mondano, almeno come scelta interiore, quando non è possibile anche praticamente;
– il praticare la propria personale liturgia quotidiana secondo ritmi regolari e coerenti,
sono le conseguenze di una disposizione che è sorta nel sentire, non sono discipline, obblighi, scelte, sono le condizioni che il sentire di coscienza realizza per potersi esprimere unitariamente nel quotidiano, nella vita dei corpi, nella consapevolezza personale, nelle relazioni.
Non è lo stile di vita che genera la fragilità del monaco, è il sentire che diviene stile di vita e che genera nuovo sentire che realizza ecologie interiori fondate su estrema sottigliezza vibrazionale che diviene vulnerabilità.
Il monaco è la sua cella esistenziale e questa è innanzitutto un luogo dell’interiore quando non anche un ambiente fisico. Personalmente ho una cella esistenziale interiore e una fisica che coincide con questo ettaro e mezzo di bosco nella campagna. La cella fisica è impregnata della vibrazione della cella esistenziale interiore, sono unità indissolubile, una alimenta l’altra.
Ma anche non avessi cella fisica, la cella esistenziale basterebbe a se stessa: come la alimento, come la stabilizzo, come la riequilibro?
1- Come la alimento?
Con la consapevolezza unitaria perseguita senza soluzione di continuità, senza cadere nel pensiero duale, nel lamento, nel vittimismo, nell’accusa dell’altro ricordando senza fine che quel che vivo – e che altri vivono – è la realtà da noi generata plasmando la materia indifferenziata.
Alimento la cella di quello con cui alimento me stesso, sapendo che quel “me stesso” non ha significato, quello che definisco me è la cella, un ambiente vibrazionale (di sentire) non una entità a sé.
Non posso alimentare niente se ho una concezione duale: io e la cella. Se mangio cibi avvelenati sono veleno, se ingurgito la stoltezza del mondo sono stoltezza.
La cella è la mia vita, la mia vita è la cella: uno che non diviene mai due. Alimentare la cella è dunque anche coltivare una ecologia estremamente consapevole del suo ambiente esistenziale, conoscere e comprendere cosa è fuorviante, cosa tossico, cosa tonificante, cosa lenitivo, cosa strutturante una sana ecologia.
2- Come la stabilizzo?
Mantenendo estremamente vivida la consapevolezza: un monaco che non riesce a mantenere un alto grado di lucida consapevolezza di sé e dell’ambiente vibrazionale in cui è inserito, è destinato a farsi male.
È la consapevolezza lucida su ogni istante che produce la stabilizzazione ed è la pratica basata su ritmi e riti certi che mantiene lucida la consapevolezza. Questo per lunga parte del cammino, finché la nostra vita non è divenuta ritmo e rito/pratica in sé, in quanto vita unitaria.
Prima di allora: riti/pratica-ritmo-consapevolezza lucida.
3- Come la riequilibrio?
Innanzitutto essendo consapevole che vivere – per un lungo tratto – è un processo che vede l’equilibrio sempre sul baratro: c’è e si perde. Avviene il riequilibrio se c’è consapevolezza dello squilibrio. Quante volte sono i fatti/simboli a ricordarci che in noi non c’è equilibrio? Il monaco dovrebbe vedersi prima che un simbolo gli si imponga, se è consapevolmente lucido si vede e ritorna all’Essenziale: per questo punto vale quanto detto ai punti uno e due.
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Grazie. Il ricordarci la cella esistenziale è un pro-memoria importante perché ci aiuta a tornare se siamo sul baratro del disequilibrio
Il riequilibrio si basa sulla percezione del baratro. Negli ultimi due giorni il corpo mi ha richiesto riposo e ho rinunciato allo ZZ mattutino. Oggi sento la spinta a tornare a quel ritmo per evitare il baratro.
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