La Via spirituale – e per altri la “fede” – è un punto di ancoraggio? Un posto sicuro nella tempesta?
È chiaro che non esiste posto sicuro e che ogni ancoraggio è relativo: la Via, la “fede”, non garantiscono alcuna certezza ma solo un punto a cui tornare.
Un punto nell’interiore, nella consapevolezza che quando c’è identificazione con certi stati e i corpi sono in tumulto, c’è un senso in quel processo, il senso dato da una coscienza che sperimenta e apprende.
Nel dolore e nello smarrimento si ricerca quel senso: “Sono travolto dalle macerie della mia esistenza ma so che nello smarrimento di adesso, nel mezzo del dolore posso intravedere e considerare la possibilità di un senso più alto e profondo a quello che vivo”.
La persona che ha fede e aderisce alla narrazione di un Dio-altro-da-sé, trova l’ancoraggio nella relazione con quella dimensione che appella come il suo “Signore”: il focalizzare la consapevolezza su quella dimensione genera l’ancoraggio e questo realizza una duplice condizione:
– la disidentificazione da alcuni elementi della “tempesta”;
– l’aprire il varco all’affluire di vibrazioni akasiche che possono così irradiare i corpi turbati e l’intero sistema della soggettività.
Ma in coloro che non aderiscono ad alcuna narrazione di una divinità operante, come opera l’ancoraggio? Da quel che ho detto sopra è chiaro che anche nella persona mossa dalla fede in un Signore-della-sua-vita ciò che accade non è l’intervento attivo del Divino ma l’aprirsi di un varco nella identificazione e l’affluire di forze proprie della coscienza (akasiche): è chiaro che questo è ciò che accade anche nell’individuo che non è mosso dalla fede intesa convenzionalmente.
Per essere più concreto debbo descrivere cosa accade in me quando ho bisogno di un ancoraggio perché vivo qualche smarrimento:
- indago la natura e la causa dello smarrimento;
- lo contestualizzo nel disegno unitario, ne colgo il senso esistenziale;
- porto la consapevolezza sul piano unitario del sentire;
- lo smarrimento che riverbera nei corpi si relativizza da sé;
- ripeto il processo più volte.
I primi tre passaggi sono chiaramente indispensabili, il quarto è una loro conseguenza, il quinto una necessità perché un processo essenzialmente vibratorio ha necessità di ripetizione e di ritmo.
Noi che siamo senza religione sperimentiamo qualcosa di diverso da chi ha una fede, una appartenenza religiosa? Mi sembra che la differenza non sia nella sostanza ma solo nell’interpretazione. Alla base della nostra disposizione c’è la consapevolezza che l’Assoluto Essere non è altro da noi e pertanto non ci appelliamo a Lui, ci connettiamo in modo più deciso alla Sua natura che è nostra natura.
Per ancorarci dobbiamo disconnettere dallo smarrimento nel quale siamo immersi e per farlo dobbiamo ricordare che lo smarrimento non è reale, è il frutto di spinte contrastanti in noi, quindi è reale in quanto conseguenza di come ci interpretiamo, ma non reale in senso oggettivo.
Quel dato modo di sentirci e di interpretarci può essere gestito con la successione sopra indicata.
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Sempre stupore nel leggere dettagli minuziosi di processi interiori che accomunano ma che senza il tuo accento, non sarebbero considerati.