Prendo lo spunto da questo post su Silere non possum, interessante per tanti versi a parte alcune punte polemiche inutili nel contesto.
L’intenzione che si fa aspetto, il sentire che assume una forma componendola con la materia indifferenziata come il pittore lo fa con il colore. Il quotidiano come opera, come sentire offerto alla percezione dei sensi.
Il contemplante sente ciò che al momento lo muove e vede cosa sta attuando, ha questa consapevolezza simultanea che compara la spinta col risultato, l’intenzione con la forma che assume.
Sulla base di questa comparazione che sorge dalla semplice osservazione e contemplazione dell’accadere, modifica l’espressione e indaga meglio l’intenzione: opera a valle e a monte.
A valle, perché se il risultato non è conforme all’intenzione, da qualche parte, su qualche piano uno decodifica è errata o si è introdotto un condizionamento proveniente da qualche corpo transitorio, dall’ambiente, dall’immagine di sé che si interpone e distorce l’impulso di partenza.
A monte, perché l’intenzione è spesso tutto tranne che chiara e questo per la semplice ragione che il sentire procede per tentativi, per prove ed errori. È romantica l’immagine secondo cui la coscienza sa, conosce, in realtà sa in merito al compreso ma riguardo al non compreso non può che indagare sperimentando, confrontando i risultati dell’indagine con le “direttive” che le giungono dalla Vibrazione Prima.
Avviene una duplice comparazione:
– intenzione del sentire – esperienza;
– intenzione del sentire – Vibrazione Prima.

La consapevolezza del contemplativo abbraccia simultaneamente l’insieme di questi processi, li senti in sé operanti e i suoi corpi sono le campane che suonano l’allarme o testimoniano l’armonia. Sente il dettaglio e l’insieme nella pelle, nella carne, nelle ossa, nel midollo.
Va da sé che non può essere indifferente a ciò che sente, si condannerebbe alla frantumazione.
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Osservazione e contemplazione dell’accadere, in ZZ accade e con la sosta del corpo diviene più semplice. Nell’azione di meno. Il ritornare sempre su questo circolo virtuoso ci porta verso una presenza costante anche nell’azione.
Il senso profondo del rito risiede in questa consapevolezza che tu descrivi. Grazie.
Grazie.