Non dico niente di nuovo affermando che in quest’epoca il processo del morire è stato esorcizzato, nascosto, non compreso.
Chi vive in campagna si confronta quotidianamente con il morire, soprattutto se ha animali domestici o da compagnia. Le piante muoiono in continuazione.
Vi racconto una scena: lungo una strada comunale stavo tagliando l’edera che minacciava delle querce secolari, mi vedono dei conoscenti e mi chiedono cosa stavo facendo. “Evito che l’edera soffochi le querce”.
Loro passavano in quella strada tutti i giorni, per camminare, ma non sentivano le querce soffocare, morire lentamente. La spiegazione non è difficile: non vedevano e sentivano la vita delle querce, ma solo un ornamento vegetale lungo il loro cammino.
Focalizzati su di sé, il resto appare come contesto e non viene sentita la vita di ciò che è accessorio, al margine di sé, in fondo non rilevante.
Non senti perché tu sei il centro e il poter focalizzare la consapevolezza alleggerisce la pressione da tutto ciò che attorno accade.
Hai costruito un mondo protetto – ampiamente illusorio, lo sai – e la morte è un grande accidente in questo micro universo. Un accidente che accade agli altri, finché non bussa alla porta della tua esistenza protetta. Lo sai che è così, ma se non lo porti alla consapevolezza ti sembra di tenerlo lontano e, in effetti, lo tieni lontano finché non ti colpisce.
Sarebbe interessante indagare la correlazione tra il tramonto delle religioni e l’occultamento della morte, ma andremmo lontano.
Mi hanno sempre colpito gli ultimi anni della vita di Roberto Setti, il medium del Cerchio Firenze 77, anni in cui ha sofferto di una malattia neurologica debilitante. Una vita esemplare dedicata al servizio e al bene altrui e poi quel processo doloroso e debilitante: da dove sorgeva?
In questi giorni le cronache parlano di quella giovane donna di successo uccisa dal suo convivente in un modo molto cruento dopo un anno di violenze: da dove viene quel modo di morire, perché quel modo?
Chi non conosce il Sentiero penserà che mi pongo domande assurde, ma chi ci segue sa quanto tutto questo sia reale e importante da saperlo spiegare, da interpretare nell’ottica unitaria.
Postulato che il modo di morire è interno al modo di vivere, all’ecologia dell’esistenza, bisogna ricordare – per non smarrirsi – che quella ecologia è governata dalla legge del Karma, ovvero dalla legge che governa i processi di comprensione, di strutturazione del sentire di coscienza.
Ognuno muore secondo le prospettive del Karma personale, non secondo il caso o l’opportunità.
Alcuni processi del morire legano il Karma personale dell’interessato ai Karma di coloro che lo affiancano, che lo accompagnano, pertanto le scene del processo – soggette a tutte le varianti del caso – generano insegnamento in ciascuno dei partecipanti.
Il processo del morire è vita pura, processo integro dell’imparare, del comprendere. Perché è ridotto a malattia, di cosa parla questa riduzione?
Del fallimento umano che non riesce a curare la morte?
Del fallimento personale che legge l’età anziana come decadenza, declino, tramonto, marginalità e inutilità?
Della non comprensione che la morte del corpo fisico non è la morte della coscienza ma solo di un aspetto di essa, morte necessaria e indispensabile per sorgere a nuova esistenza?
Il superamento degli archetipi religiosi – con i loro infantilismi e le loro antropologie e cosmogonie irreali – non ha generato una nuova comprensione di cosa siano la Vita e il vivere, ma solo il vuoto della non fiducia e dell’ignoranza. Un mondo laico è sorto dalle ceneri delle religioni ma è ottusamente ignorante.
Da questa ignoranza sorge la vecchiaia intesa come età da rifuggire, e la morte come processo da medicalizzare e sostanzialmente da rimuovere.
Il vecchio non è colui che va incontro a una rinascita e resurrezione; il morente non è la crisalide che diviene farfalla: la loro esperienza è associata al senso del finire, non dell’iniziare.
Senza una comprensione della tua costituzione antropologica, pensi e senti che se invecchi e muori sei finito e allora lotti contro quella decadenza senza comprendere che non è decadenza ma cambio di stato, e origini questo processo inguardabile che non parla della dignità di colui che va verso una nuova nascita, ma di chi, malato di vecchiaia, a capo chino va incontro all’ineluttabile sconfitta della vita.
Là dove la vita celebra se stessa, l’ignoranza vede solo il morire.
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Proprio ieri sera, un’interessante intervista a Federico Rampini, che presentando il suo libro “La lezione del Giappone”, spiegava uno dei motivi della longevità in Giappone che è il paese più “vecchio” del mondo.
Spiegava come sia importante nella loro cultura, non vivere per sé stessi, ma per essere utili alla comunità. Descriveva una società basata su rapporti cordiali e gentili (tasso di delinquenza più basso al mondo).
Descriveva come gli anziani non vengano relegati in strutture o isolati perché non più utili, ma come, avendo grande manualità, venissero contattati dai bambini per riparare i giocattoli rotti.
Perché l’altra caratteristica di quella cultura è il grande senso ecologico, per cui le cose rotte non si buttano, ma si aggiustano.
Sono rimasta affascinata da questo racconto e come giustamente affermi nel post, l’invecchiamento e la morte, sono strettamente correlati a come si vive.
Grazie per questo post: apre uno sguardo su ciò che spesso viene taciuto.