Nel post di ieri ho parlato della guerra e di altri processi estremamente dolorosi per l’umano, come processi del sentire interni al Sentire Assoluto.
Oggi vorrei aggiungere che tutto questo non è un semplice costrutto filosofico ma il frutto della compassione e della osservazione del reale: discuto di questo mosso dalla comprensione e dalla compassione.
Dalla comprensione e dalla compassione per il carnefice e per la vittima perché nessuno dei due esiste in questi ruoli, entrambi sono coscienza in trasformazione e lo fanno come a loro – ai limiti del sentire che li genera – è possibile, e relativamente alle dinamiche del karma nel quale sono coinvolti.
Certo, la comprensione ha bisogno di un paradigma interpretativo, di “occhi” per vedere il reale da punti di vista non convenzionali, poi da quella comprensione sorge la compassione.
La comprensione è sommamente ostacolata dalle logiche duali, dal non comprendere il reale nella sua natura esistenziale, dal considerare l’umano come dotato di chissà quale libero arbitrio quando è solo sentire in manifestazione – a volte gradi di sentire molto limitati – e dunque ha ben poca possibilità di scelta, mette in campo le scene basiche che gli necessitano per apprendere, e le scena basiche sono l’uccidere, lo stuprare, l’abusare, il rubare, il sopraffare.
Contemplare significa entrare nella dimensione del Ciò-che-È, e allora ogni istante e ogni atto sono quello e non altro, una totalità eterna. Ma l’umano incarnato, anche quando è un contemplativo, comunque interpreta e il modello interpretativo di cui dispone non è una bazzecola secondaria, è essenziale.
Se credi che esista il bene e il male, guardi alla realtà da dietro una paratia di cemento armato e puoi procedere solo con le stampelle degli archetipi transitori, con quelle e con il bastone dei non vedenti, inciampo dopo inciampo. Una rivoluzione nella comprensione deve accadere altrimenti la compassione abbraccerà sempre la vittima, o se stessi, ma mai l’insieme.
Se abbracci l’insieme gli individui non divengono indistinti, le responsabilità personali rimangono tali, la repulsione per l’orrore come l’empatia per la vittima sono presenti, ma non c’è giudizio, c’è compassione che abbraccia la fatica di vivere dei protagonisti che nella scena si palesa.
La fatica di vivere, questo è il monte da cui guardare a tutto il mondo attorno: dalla comprensione della fatica di vivere di ogni creatura sgorga la compassione che tutto abbraccia, l’orrore come l’Amore.
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Coscienze in trasformazione, e mentre ci trasformiamo saliamo sempre più in alto sul monte della compassione
Riconosco che questa è l’unica verità possibile.
Riconosco altresì gli inciampi di perseguire coerentemente questa strada, quando, condizionata da certi AT, prevale il giudizio e non la compassione.
Moti sempre più tenui e di minor durata. Riportare il tutto sul piano del Cio che E’, è un esercizio continuo.