Fonte: André van der Braak: Reimagining Zen in a secular age, Koninklijke Brill. Il PDF del libro.
[Capitolo1.3] Una terza controversia determinante si verificò nel XII secolo, quando il Chan divenne la forma dominante del buddhismo monastico d’élite nella dinastia Song. Fedele alle implicazioni dell’accettazione distintiva del mondo secolare da parte del Mahāyāna, come sottolineato ad esempio nel Vimalakirti Sutra, il Chan uscì dal monastero e prese il suo posto pubblico nel mondo più ampio.
Le figure di spicco del Chan godevano di grande prestigio tra l’élite secolare. Non si rivolgevano solo ai monaci, ma anche ai laici istruiti e alle loro questioni. Morten Schlűtter descrive una disputa settaria che si verificò tra le tradizioni Linji e Caodong del Chan.
La tradizione Linji sosteneva il kanhua Chan (“Chan dell’osservazione della parola”, che enfatizzava la realizzazione esperienziale dell’illuminazione attraverso il lavoro con i koan), mentre la tradizione Caodong sosteneva il mozhao Chan (“Chan dell’illuminazione silenziosa”, che enfatizzava la pratica del semplice sedersi, lasciando che l’illuminazione originale si manifestasse naturalmente).
Morten Schlűtter, How Zen Became Zen: the Dispute over Enlightenment and the Formation of Chan Buddhism in Song-Dynasty China (Honolulu: University of Hawaii Press, 2008).
Questa controversa concezione della tradizione Chan era collegata alla soteriologia Chan. Dopo aver rifiutato il modello soteriologico indiano (praticare la meditazione per purificare la mente dall’avidità, dall’odio e dall’ignoranza e raggiungere lo stato liberato dell’illuminazione), come si fa a diventare illuminati quando siamo già originariamente illuminati?
Il problema era (ed è) che la maggior parte delle persone ha grandi difficoltà a vedere veramente che è così, a causa delle loro menti illuse. Tuttavia, è solo la mente illusa che differenzia dualisticamente tra illuminazione e illusione. Pertanto, qualsiasi sforzo per raggiungere l’illuminazione è dualistico e non fa altro che aumentare l’illusione? Schlűtter lo esprime con forza e chiarezza:
L’illuminazione silenziosa enfatizzava il meraviglioso mondo dell’illuminazione intrinseca che è presente non appena ci sediamo in meditazione non dualistica e ne diventiamo consapevoli, mentre Kanhua Chan insisteva sul fatto che fino a quando non avessimo visto la nostra natura illuminata in un evento rivoluzionario e sconvolgente, ogni discorso sull’illuminazione sarebbe stato solo parole vuote.
Questo punto di svolta fu responsabile del fatto che, quando Chan andò in Giappone e divenne Zen, portò a un settarismo giapponese che ha avuto un impatto molto grande sul modo in cui lo Zen è stato reimmaginato e reinterpretato in Occidente, come verrà approfondito nella prossima sezione.39
[→uma] “È solo la mente illusa che differenzia dualisticamente tra illuminazione e illusione“
Nel Zen come nel buddhismo la nozione di mente è piuttosto vasta e comprende diverse dimensioni; anche ammesso che comprenda la dimensione della coscienza, parlare di illusione della coscienza non è corretto a meno che non si consideri illusione tutto ciò che non è Sentire Assoluto, allora sì, la coscienza è illusione come lo è ogni grado di sentire. Nella espressione in questione credo si parli della mente come percezione e interpretazione del divenire.
Una coscienza/corpo akasico non è soggetto all’illusione propria del divenire ma, in virtù del grado di strutturazione del suo sentire, può non essere in grado di decodificare la vibrazione che riceve da quella parte dell’Individualità orientata alla Coscienza Cosmica che detiene un sentire completo e strutturato.
È la dimensione dell’Individualità (nell’aspetto rivolto alla C.C.) lo stato di illuminazione originaria, ma questo stato non può essere sentito che in presenza di un corpo akasico/coscienza completamente strutturato: sarebbe come pretendere che un bambino di sei mesi parli.
Ricorrendo a una considerevole semplificazione didattica (e a un sostanziale, grossolano, errore, ma dobbiamo per necessità di sintesi), possiamo affermare che l’unica realtà non illusoria è l’Individualità, il Sé: questa è la condizione di illuminazione originaria propria a tutti gli esseri, questa è la dimensione che non diviene.
Ma questa dimensione è sperimentabile dall’incarnato, in modo stabile e non effimero, solo quando il corpo akasico/coscienza è completamente strutturato e questo si struttura solo attraverso le esperienze incarnative.
Vivere la vita – e le esperienze che essa presenta, di qualsiasi natura siano – conduce alla strutturazione del corpo akasico, è un processo naturale e non implica alcuna via, alcuna meditazione e alcuno sforzo o particolare dedizione: l’esistenza è strutturata naturalmente per condurre alla piena realizzazione. Quindi non solo tutte le creature sono all’origine e nell’Essere nella condizione di illuminazione (in quanto Individualità), ma tutte comunque lo divengono attraverso l’esperienza del divenire.
Come abbiamo detto altrove, l’illuminazione immediata – quando non la si confonde con l’esperienza che deriva da certe importanti comprensioni – non è che la vetta del monte di cui si diviene consapevoli, monte formatosi in innumerevoli vite.
Concludendo: è vero, esiste una condizione di illuminazione originaria, ma è anche vero che essa è accessibile solo a corpo akasico costituito, dunque solo a esperienze di vita compiute.
Esperienze che sono la meditazione quanto i riti, il lavoro quanto la contemplazione ma, soprattutto, sono costituite dalle relazioni, i principali reali mezzi capaci di incidere nel profondo di ogni essere.
Può essere – anche se non necessariamente – in buona parte illusoria la pratica meditativa in solitudine che non sia corroborata dalla relazione con i confratelli e con il maestro: chi trasforma cosa, in quella condizione? Chi mette in scacco chi, se non c’è relazione?
Certo, in una fase avanzata della strutturazione del sentire la relazione perde una parte della sua importanza, ma questo vale anche per la meditazione: a quel livello, la vita diviene completamente interiorizzata e non ha più bisogno di stimoli esterni come non ha necessità di sedere davanti a un muro, perché mai dal muro ci si muove.
Prima di allora sono mille le vie e gli strumenti che contribuiscono a strutturare il sentire: indispensabile è l’esperienza, fondamentale la relazione, importante la consapevolezza, l’ascolto e l’osservazione che sorge dalla meditazione.
Non c’è via che non che intrecci relazione e mezzi utili, ovvero che non abbia una pedagogia e una didattica: nei vari contesti storici e sociali, gruppi di individui motivati al seguito o no di un maestro, si misurano con il trovare il modo per loro efficace.
Stiamo indagando l’origine del Chan/Zen perché – alla fine – è l’origine di un tentativo dell’umano di andare oltre sé passando attraverso i tanti protagonismi personali o settari: il passato illumina l’oggi, le questioni di allora sono qui ancora oggi, il domani non potrà che appoggiare sul compreso che sorge dall’esperienza di ieri e di oggi.
Continua…
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