Contemplazione: la concretezza dell’esperienza unitaria

Non sappiamo mai cosa prova il nostro prossimo, cosa sente in realtà, questo è uno dei grandi misteri destinati a rimanere senza risposta.

Sabato 11 ottobre, ciò che è accaduto vibrazionalmente durante Via del monaco non era una cosa nuova in assoluto, era il nuovo edificato sul nuovo e questo su un nuovo ancora.
Ogni volta è nuovo quanto conosciuto, ma sempre spiazzante: sembrano non finire mai la profondità e la chiarezza di visione dell’esperienza unitaria. Sembra rinnovarsi ogni volta l’esperienza della concretezza estrema del sentire unitario sperimentato.

Quelle che per alcuni non sono che narrazioni e immagini, per chi scrive e per altri nel Sentiero sono pelle carne ossa e midollo. L’ambiente vibratorio di sabato è sempre stato così alto, così vasto che è stato naturale parlarne come di uno stato di Coscienza Unitaria, Coscienza Cosmica Unitaria.

Non è possibile dirne i dettagli, la vastità e la gioia profonda che l’accompagnavano.
Tacere è più di un pudore, è un modo per proteggere un mondo non disponibile alla curiosità, un mondo che si dischiude solo per sentire conseguito.

C’è un aspetto del quale posso però parlare e riguarda un aspetto che ho anche trattato, quello di considerare i presenti immagini di un sentire.
In qualità di immagini, per tutto il tempo non ho potuto che raramente, metterle a fuoco: volutamente non ho guardato negli occhi e volutamente ho colto sagome.

Ogni focalizzazione sulle sagome e la loro umanità sarebbe equivalsa a scendere nell’umano immanente di ciascuno e questo avrebbe distrutto lo sguardo sovra-personale e unitario.
Da una distanza abissale dall’umano sentivo la scena ed era una necessità rimanere lontano dalla contingenza vibrazionale di ciascuno: l’incontro e l’unione avvenivano potenti aldilà di ogni piccola vibrazione contingente, piccola nel senso di relativa al vissuto ordinario personale.

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