[Sommario AI] Nessuna forma, nemmeno la luna piena, può rappresentare la natura autentica, uno stato di consapevolezza interiore e non esterna.
Solo “essere corpo di ogni cosa così com’è” contiene la realtà intera, un sentire unitario che azzera separazioni e sequenzialità, predominante anche su dati sensoriali transitori.
Quando la rete dei condizionamenti non è vissuta come tale, ma rivela la verità, essa stessa predica la via; la forma diventa espressione di qualcosa di più grande.
L’esperienza della natura autentica, sia come flash potente che come esperienza duratura, è simultaneamente sentire, pensare, provare e agire nella unitarietà del momento eterno.
Lo zazen è un frammento di questa esperienza contemplativa: sentire la realtà intera alla luce del sentire unitario, come guardare il mondo da un’altezza inarrivabile. [/S]
La rappresentazione della luna piena è una forma presa a simbolo, ma in realtà nessuna forma può rappresentare la natura autentica. La predicazione della via che è espressione della via non si può confinare in nessuna forma particolare: non esiste (non può esistere né mai esisterà) la teoria perfetta che contiene la realtà tutta intera, per quanti siano gli elementi che si mettono insieme. Solo l’essere corpo di ogni cosa così come è contiene la realtà tutta intera: essere corpo assomiglia al mondo delle aggregazioni, ma in realtà è tutt’altro. È la manifestazione diretta e incondizionata dell’essere, mentre il mondo, pur se ha la stessa faccia, è la rete dei condizionamenti in balia del continuo mutare.
[→uma] “Nessuna forma può rappresentare la natura autentica”: essendo uno stato della consapevolezza prescinde dalla forma in cui si presenta, da quello che stiamo sperimentando nel momento in cui la natura autentica È. Essa non è qualcosa di esterno a noi, qualcosa che vediamo, che cogliamo, è qualcosa di squisitamente interno, qualcosa che sentiamo, un modo di sentire il reale, uno squarcio che si apre nell’illusione e ci permette di sentire il reale di un attimo eterno.
“Solo l’essere corpo di ogni cosa così come è contiene la realtà tutta intera”: perché è sentire unitario che azzera ogni separazione e ogni sequenzialità. Nell’attimo eterno della natura autentica solo essa esiste, è totalità d’Essere che pervade la realtà di tutti i corpi perché è sentire unitario che li pervade e li “percuote”.
Nel senza-tempo solo quel sentire unitario è sentito come reale sebbene conviva con i dati che transitano nei corpi transitori e che giungono dai loro sensi: la predominanza della natura autentica è così marcata che ogni altro data passa in secondo piano.
Dico questo perché l’esperienza della natura autentica a volte è tale da essere un flash potente che azzera ogni altro dato sensoriale, altre volte è esperienza che si dilata nel tempo e convive con il flusso dei dati transitori, rappresenta il pavimento stabile su cui i dati transitori scorrono. [/uma]
Ma quando la rete dei condizionamenti non è vissuta come condizionamento, ma evidenzia per noi il volto della verità, allora essa stessa predica la via: allora è la forma che è non questa (sola) forma. Se il rapporto diretto, di fede e di identità, con la forma, che incontro come non riducibile a quella sola forma, è vissuto sullo sfondo della profonda pace che nessuna forma può intaccare, allora essere corpo assume la pienezza del suo significato. Questa è davvero la descrizione del nostro zazen. Chiunque faccia zazen fa questa esperienza, che ne sia più o meno consapevole: questo è ciò in cui credere nel fare zazen. Ovviamente questo non si limita al tempo e alla modalità dello zazen, ma certo è l’essenza dello zazen.
[→uma] “Ma quando la rete dei condizionamenti non è vissuta come condizionamento, ma evidenzia per noi il volto della verità, allora essa stessa predica la via: allora è la forma che è non questa (sola) forma.”
Quando la realtà è sentita nella sua unitarietà, essa non ha più la forza del condizionamento, il divenire non invade, l’Essere È.
Questo accade perché il fatto che accade nell’attimo eterno è sentito-pensato-provato-agito simultaneamente, ovvero perché il sentire sente insieme a tutti i suoi corpi la scena presente e la consapevolezza che ne risulta è perfettamente unitaria, tale da conferire un inequivocabile senso di realtà e di verità.
“Il rapporto diretto, di fede e di identità, con la forma”: qui Jiso separa l’inseparabile, quelle che lui chiama fede e identità che in realtà sono il sentire che sente se stesso attraverso tutti i sensi di tutti i corpi che origina.
Che si sieda in zazen o meno, questa è l’essenza dell’esperienza contemplativa di cui lo zazen è solo un frammento: sentire la realtà che accade tutta intera alla luce della predominanza del sentire unitario, sentire che ricapitola in una unità indissolubile gli innumerevoli dati provenienti dai corpi. È come guardare il mondo da in cima a un ottomila. [/uma]
È oltremodo facile fraintendere questo insegnamento, ed è per questo che Doghen ci mette in guardia dicendo che fra tanti il solo Kanadaiba ha davvero colto il cos’è dell’essere corpo. Le persone che comprendono intellettualmente questo discorso, quelle che si impegnano nel cammino che questo discorso implica, sono innumerevoli: ma quanto a viverlo davvero, dobbiamo avere la consapevolezza di non poterci paragonare alle grandi figure del passato. Nagarjuna, prima di incontrare il suo maestro e di entrare nella via, era un rinomato maestro con molti discepoli: ma quando si rese conto che il suo insegnamento era errato, abbandonò tutto, lasciò liberi i suoi discepoli, e si mise in ricerca in prima persona. Quanti hanno così a cuore la via invece della propria immagine e sarebbero capaci di una simile onestà? Non sarebbe più facile mascherarsi, dicendo che non si possono abbandonare i propri discepoli anche se ci si rende conto di non impartire il vero insegnamento, con la scusa che poi tanto ciascuno trova comunque la propria via?
Fonte: Busshō. La natura autentica, di Eihei Doghen. A cura di Giuseppe Jiso Forzani. Edizioni EDB, Bologna, marzo 2000.
Nota del curatore
Lavorando sullo Shōbōgenzō di Dōgen e non volendo in alcun modo produrre una esegesi delle sue parole, la mia unica preoccupazione è: di fronte a questo concetto, a questa visione, a questo stato che Dōgen dichiara, io cosa provo, cosa sento? Sono capace di indagare il mio interiore nella sottigliezza di certi stati, e possiedo un linguaggio, dei simboli per trasmettere il provato/sentito?
Dōgen mi mette con le spalle al muro e, quando fatico per attraversare le nebbie del testo tradotto, il mio intento è quello di giungere a cosa sentiva lui, a quale sentire rimanda la sua parola, per compiere il percorso che dal suo simbolo mi conduce a ciò che sento. È nel sentire che lo incontro, passando attraverso le nebbie delle parole e dei concetti.
Il passo successivo è: posso osare trasmettere ciò che sento utilizzando il linguaggio simbolico che mi è proprio e che credo sia, in questo tempo, più universale di quello tramandatoci dagli antenati?
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