Dōgen, Busshō: commento (7) di J.Forzani a Busshō 9 [busshō9.15]

[Sommario AI] Nessuna forma, nemmeno la luna piena, può rappresentare la natura autentica, uno stato di consapevolezza interiore e non esterna.

Solo “essere corpo di ogni cosa così com’è” contiene la realtà intera, un sentire unitario che azzera separazioni e sequenzialità, predominante anche su dati sensoriali transitori.
Quando la rete dei condizionamenti non è vissuta come tale, ma rivela la verità, essa stessa predica la via; la forma diventa espressione di qualcosa di più grande.
L’esperienza della natura autentica, sia come flash potente che come esperienza duratura, è
simultaneamente sentire, pensare, provare e agire nella unitarietà del momento eterno.
Lo zazen è un frammento di questa esperienza contemplativa: sentire la realtà intera alla luce del sentire unitario, come guardare il mondo da un’altezza inarrivabile. [/S]

La rappresentazione della luna piena è una forma presa a simbolo, ma in realtà nessuna forma può rappresentare la natura autentica. La predicazione della via che è espressione della via non si può confinare in nessuna forma particolare: non esiste (non può esistere né mai esisterà) la teoria perfetta che contiene la realtà tutta intera, per quanti siano gli elementi che si mettono insieme. Solo l’essere corpo di ogni cosa così come è contiene la realtà tutta intera: essere corpo assomiglia al mondo delle aggregazioni, ma in realtà è tutt’altro. È la manifestazione diretta e incondizionata dell’essere, mentre il mondo, pur se ha la stessa faccia, è la rete dei condizionamenti in balia del continuo mutare.

Ma quando la rete dei condizionamenti non è vissuta come condizionamento, ma evidenzia per noi il volto della verità, allora essa stessa predica la via: allora è la forma che è non questa (sola) forma. Se il rapporto diretto, di fede e di identità, con la forma, che incontro come non riducibile a quella sola forma, è vissuto sullo sfondo della profonda pace che nessuna forma può intaccare, allora essere corpo assume la pienezza del suo significato. Questa è davvero la descrizione del nostro zazen. Chiunque faccia zazen fa questa esperienza, che ne sia più o meno consapevole: questo è ciò in cui credere nel fare zazen. Ovviamente questo non si limita al tempo e alla modalità dello zazen, ma certo è l’essenza dello zazen.

È oltremodo facile fraintendere questo insegnamento, ed è per questo che Doghen ci mette in guardia dicendo che fra tanti il solo Kanadaiba ha davvero colto il cos’è dell’essere corpo. Le persone che comprendono intellettualmente questo discorso, quelle che si impegnano nel cammino che questo discorso implica, sono innumerevoli: ma quanto a viverlo davvero, dobbiamo avere la consapevolezza di non poterci paragonare alle grandi figure del passato. Nagarjuna, prima di incontrare il suo maestro e di entrare nella via, era un rinomato maestro con molti discepoli: ma quando si rese conto che il suo insegnamento era errato, abbandonò tutto, lasciò liberi i suoi discepoli, e si mise in ricerca in prima persona. Quanti hanno così a cuore la via invece della propria immagine e sarebbero capaci di una simile onestà? Non sarebbe più facile mascherarsi, dicendo che non si possono abbandonare i propri discepoli anche se ci si rende conto di non impartire il vero insegnamento, con la scusa che poi tanto ciascuno trova comunque la propria via?

Fonte: Busshō. La natura autentica, di Eihei Doghen. A cura di Giuseppe Jiso Forzani. Edizioni EDB, Bologna, marzo 2000.

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