Dōgen, Busshō: se stesso chi? J.Forzani (6) su Busshō 9 [busshō9.14]

[Sommario AI] Essere se stessi significa connettersi pienamente al momento presente, riconoscendo la realtà per ciò che è senza aggiunte o modifiche egocentriche.

Questo richiede un continuo processo di abbandono del controllo dell’io, una fiducia nella realtà autentica al di là della propria interpretazione soggettiva.
L’autore sfida il concetto di “se stesso” come entità separata, sostenendo che sia una costruzione mentale limitante, un’auto-definizione che impedisce la comprensione dell’unità fondamentale dell’Essere.
L’esperienza autentica è percepita come un sentire unitario, al di là di individuo e soggettività, che trascende la separazione e la sequenzialità del divenire.
La via verso questa unità è la resa totale, l’abbandono dell’indagine intellettuale, pur riconoscendo l’impossibilità di tale resa completa nell’esistenza fisica.
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D’altronde essere se stessi fino in fondo non è abbandonarsi alla propria natura istintiva, al capriccio del momento, alla casualità delle circostanze. Essere se stessi è non separarsi dal momento e dal luogo che si sta vivendo, è riconoscere le cose per quello che sono nel momento e nel posto in cui sono: la luna piena, la pienezza dell’essere non è aggiungere qualcosa che manca, è comprendere intimamente che nulla manca. Perché questa comprensione non sia un’allucinazione o l’adattamento della realtà alla propria visione egocentrica, è indispensabile anzitutto togliere di mezzo lo spadroneggiare dell’io. Anzitutto non vuol dire una volta per tutte, è un processo continuo, di ogni momento. È il rapporto di fede con la natura autentica della realtà, che non è basato sulla propria comprensione della realtà, ma sulla realtà così come veramente è, di cui io non è il padrone.

Fonte: Busshō. La natura autentica, di Eihei Doghen. A cura di Giuseppe Jiso Forzani. Edizioni EDB, Bologna, marzo 2000.

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