[Sommario AI] Essere se stessi significa connettersi pienamente al momento presente, riconoscendo la realtà per ciò che è senza aggiunte o modifiche egocentriche.
Questo richiede un continuo processo di abbandono del controllo dell’io, una fiducia nella realtà autentica al di là della propria interpretazione soggettiva.
L’autore sfida il concetto di “se stesso” come entità separata, sostenendo che sia una costruzione mentale limitante, un’auto-definizione che impedisce la comprensione dell’unità fondamentale dell’Essere.
L’esperienza autentica è percepita come un sentire unitario, al di là di individuo e soggettività, che trascende la separazione e la sequenzialità del divenire.
La via verso questa unità è la resa totale, l’abbandono dell’indagine intellettuale, pur riconoscendo l’impossibilità di tale resa completa nell’esistenza fisica. [/S]
D’altronde essere se stessi fino in fondo non è abbandonarsi alla propria natura istintiva, al capriccio del momento, alla casualità delle circostanze. Essere se stessi è non separarsi dal momento e dal luogo che si sta vivendo, è riconoscere le cose per quello che sono nel momento e nel posto in cui sono: la luna piena, la pienezza dell’essere non è aggiungere qualcosa che manca, è comprendere intimamente che nulla manca. Perché questa comprensione non sia un’allucinazione o l’adattamento della realtà alla propria visione egocentrica, è indispensabile anzitutto togliere di mezzo lo spadroneggiare dell’io. Anzitutto non vuol dire una volta per tutte, è un processo continuo, di ogni momento. È il rapporto di fede con la natura autentica della realtà, che non è basato sulla propria comprensione della realtà, ma sulla realtà così come veramente è, di cui io non è il padrone.
[→uma]
“Essere se stessi fino in fondo“.
“Essere se stessi è non separarsi dal momento e dal luogo”.
“Riconoscere le cose per quello che sono nel momento e nel posto in cui sono”.
“È comprendere intimamente che nulla manca“.
Fino in fondo; non separarsi; riconoscere le cose; comprendere che nulla manca sono tutte espressioni inerenti la manifestazione non di una soggettività ma di un sentire.
Essere se stessi chi? Non c’è nessun se stesso nel fino in fondo; non separarsi; riconoscere le cose; comprendere che nulla manca, queste non sono manifestazioni di un “se stesso” ma di un sentire che, in quanto tale, non è mai “se stesso“.
Un soggetto è “se stesso”, gli puoi tracciare attorno un cerchio e dirgli: questo è il tuo confine, questo sei tu. È già un’operazione molto dubbia ma concedetemela per una soggettività – ovvero per una auto-interpretazione/determinazione – vale forse per un individuo/sentire che si incarna con limitati compiti esistenziali, quelli relativi a un dato fascio di comprensioni conseguibili nella sequenza logica dell’evoluzione del sentire, ma vale per una Individualità?
Chi è una Individualità? Un aggregato di sentire composto dal sentire di tanti individui che nel tempo del divenire hanno sperimentato e che erano/sono/saranno emanazione di un unitario nucleo di generazione. Quel nucleo contiene un sentire dal grado minimo al massimo (la sequenza degli individui), è nel tempo ed è avulso dal tempo, oltre il tempo.
Una Individualità è il “se stesso” di cui parliamo? Nella sua dimensione rivolta al divenire, sì, perché immersa nel senso di separatività (io/tu) e di sequenzialità (divenire), ma nella sua dimensione rivolta all’unità sia separatività che sequenzialità si attenuano fino a scomparire: scompare l’io/tu e scompare l’evolvere, cosa rimane? L’Essere-che-È.
Fino a un certo punto l’Individualità è il Sé ma oltre perde ogni contorno e confine perché è Unità.
Ora, siccome a me non interessa granché l’aspetto teorico della questione, perché ne parlo?
Per arrivare a dire quello che sento, quello che per me è vero, è realtà, e per fare in modo che voi possediate i simboli per decodificarlo.
- Personalmente sento che non c’è alcun “se stesso”. Mai, nemmeno nel divenire più basico.
- Sento che quel “se stesso” è solo auto-definizione, auto-limitazione.
- Sento che le definizioni di soggettività, individuo, Individualità non sono reali, sono un modo per poter contenere l’incontenibile, dare una forma a ciò che forma non ha.
- Sento che tutto ciò che l’umano declina è irrimediabilmente fasullo, non vero, non reale.
- Sento che esiste, che È, una unica Realtà e che il nostro sentirla e non riuscire a contenerla nella sua infinita vastità attiva i meccanismi di separazione e di sequenzialità che caratterizzano il nostro limite di comprensione, e sento che così facendo siamo destinati alla parzialità.
- Sento anche che questa via (separazione/sequenzialità) ci conduce addosso a un muro sul quale si schianta la nostra indagine.
- Sento che la via è la resa totale, la fine di ogni investigazione, il solo precipitare nell’abisso lasciando scomparire ogni spinta, ogni fuoco, ogni procedere, ogni precipitare stesso.
- Sento, infine, che finché avremo dei corpi transitori la resa totale non può avvenire e permane questo senso di sospensione, questo essere tra i mondi come un’interfaccia che ha due approdi, due connessioni: una è la vita/divenire e l’altra la vita/Essere.
Stiamo qui, sospesi, sentiamo l’unità di divenire/Essere che si sintetizza in noi e la rendiamo forma nei modi e nei mondi del possibile a noi.
Fonte: Busshō. La natura autentica, di Eihei Doghen. A cura di Giuseppe Jiso Forzani. Edizioni EDB, Bologna, marzo 2000.
Nota del curatore
Lavorando sullo Shōbōgenzō di Dōgen e non volendo in alcun modo produrre una esegesi delle sue parole, la mia unica preoccupazione è: di fronte a questo concetto, a questa visione, a questo stato che Dōgen dichiara, io cosa provo, cosa sento? Sono capace di indagare il mio interiore nella sottigliezza di certi stati, e possiedo un linguaggio, dei simboli per trasmettere il provato/sentito?
Dōgen mi mette con le spalle al muro e, quando fatico per attraversare le nebbie del testo tradotto, il mio intento è quello di giungere a cosa sentiva lui, a quale sentire rimanda la sua parola, per compiere il percorso che dal suo simbolo mi conduce a ciò che sento. È nel sentire che lo incontro, passando attraverso le nebbie delle parole e dei concetti.
Il passo successivo è: posso osare trasmettere ciò che sento utilizzando il linguaggio simbolico che mi è proprio e che credo sia, in questo tempo, più universale di quello tramandatoci dagli antenati?
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