Quando le esperienze interiori divengono tossicità

Scrivo per una comunità di contemplativi, o per coloro che per la contemplazione hanno un interesse marcato: un lettore senza questo orientamento non si volge a queste parole.

Essendo un ambiente rivolto alla contemplazione è anche un ambiente pregno di esperienze perché la contemplazione è innanzitutto esperienza. È l’esperienza di diversi gradi di unità e di consapevolezza di questa, esperienza che coinvolge tutto l’essere, in ogni suo corpo e in ogni piano dell’esistere: pelle, carne, ossa, midollo.

Le esperienze sono un dono ma anche una possibile tossicità, perché?
Perché, con la loro rilevanza, inducono a “preoccuparsi” e a occuparsi del loro accadere più che a edificare il contenitore in cui accadono. Cosa significa?

Significa che le esperienze contemplative e mistiche sono sentire in manifestazione in un complesso di veicoli e nell’insieme di una comprensione di sé, di una immagine di sé inserita in un contesto di relazioni.

Le esperienze, come la pioggia, piovono su un terreno più o meno strutturato, permeabile, ricco o povero di vegetazione, di humus, di canali di deflusso.
Le esperienze possono essere una pioggerella o prossime al diluvio, il loro impatto può essere dolce o devastante: si cura il contemplante del terreno su cui la pioggia cade, come provvede?

O il contemplante è gratificato da ciò che gli accade e tende a sottovalutare la cura minuziosa della cella interiore? E come si cura la cella interiore? Con una ecologia di vita fondata sulla conoscenza e sulla disciplina.

Conoscenza di ogni sfumatura del proprio essere, disciplina delle forze, del tempo, delle esposizioni nelle relazioni. Conoscenza e disciplina che passano attraverso la cruna dell’ago della pratica. Cos’è la pratica? È meditazione, contemplazione, studio, interlocuzione, donazione.

Tende il contemplativo a privilegiare l’esperienza interiore e a lasciare un po’ a margine la routine che struttura il terreno e crea le condizioni migliori perché l’esperienza stessa possa accadere?

Tende il contemplativo alla via facile dell’esperienza che gli viene naturale e finisce per scansare la fatica della strutturazione del terreno, della pratica meditativa, della disciplina che la pratica implica e impone?

Tende il contemplativo a saturarsi del senso che le esperienze gli trasmettono e non si cura con adeguato scrupolo di ogni dettaglio che le rende possibili, non si cura abbastanza di creare in sé le strutture per godere della brezza come per reggere il vento di bufera?

6 commenti su “Quando le esperienze interiori divengono tossicità”

  1. “O il contemplante è gratificato da ciò che gli accade e tende a sottovalutare la cura minuziosa della cella interiore? E come si cura la cella interiore? Con una ecologia di vita fondata sulla conoscenza e sulla disciplina.”

    Mi interrogo mille volte al giorno se una parola, un’azione possa essere risparmiata e altrettante volte mi chiedo quando è necessario osare, assumersi una responsabilità, fare una scelta, mettersi a disposizione, quando richiesto.

    Su questo dibatto ormai da anni, senza ancora aver trovato una quadra.

    Cerco di acuire l’ascolto di ciò che accade in me ogni volta, per comprendere se l’intezione è coerente col sentire e con l’ecologia che richiede la cura della cella.

    Work in progress.

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  2. Grazie. Incarnare una Via, la sua messa a terra, passa per la strutturazione del quotidiano, struttura mai definitiva ma in trasformazione in relazione ai bisogni del sentire.

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  3. Grazie per queste riflessioni, le sento come uno stimolo a non dare per scontato nulla, e a ricordarsi che la cura del terreno che accoglie la pioggia sia sempre presente.

    Rispondi

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