La compassione che abita l’essere del contemplativo lo conduce a sviluppare una disposizione di sé aperta all’ascolto e all’osservazione di ogni creatura.
Questa disposizione di apertura rende il contemplativo particolarmente sensibile al bisogno dell’altro che tende a sentire dall’interno di sé. Non dimentichiamo che, chi vive prevalentemente nel sentire, non sente la realtà altrui dall’esterno – come essere separato – la sente dall’interno, nella propria “carne”.
Questa apertura è difficilmente immaginabile da coloro che vivono tutto il giorno immersi nelle relazioni, costoro hanno sistemi di difesa relativamente efficaci, sistemi basati su una data interpretazione di sé e della propria personale funzione e ruolo, oppure fondati su una inconsapevolezza diffusa.
Ma il contemplativo non ha funzione, è un essere inutile. È un senza-pelle per antonomasia: se avesse un sistema di difese strutturato, codificato in una data interpretazione di sé non potrebbe essere un contemplativo, lo è perché è senza-pelle.
Essendo senza-pelle è fragilissimo. Ecco che non è un caso che il contemplativo viva spesso in solitudine o in comunità di simili: la sua estrema ricettività a ogni ambito vibrazionale lo costringono a una vita appartata e a severe discipline di gestione delle proprie forze e delle proprie esposizioni.
Quando, come Sentiero, andavamo al monastero camaldolese di Fonte Avellana per tenere lì i nostri intensivi, rimanevo sempre stupito di come i monaci fossero esposti ai loro ospiti, di come si rendessero disponibili a un livello di relazione impensabile per me e per noi.
Ho sempre sentito che non fosse buona per loro quella modalità, ma non siamo mai riuscito a entrare in sufficiente confidenza per poterlo dire. É possibile che questo limite nella confidenza fosse dovuto a una soglia della loro apertura, e dunque della loro difesa. È certo, dal mio punto di vista, che quando l’esposizione si rende necessaria, a essa deve seguire un pronto ritiro affinché il sistema personale possa riequilibrarsi.
Nei decenni dell’insegnamento nel Sentiero, questa è stata la mia regola ma, purtroppo l’ho infranta continuamente e mi sono fatto ripetutamente male. Da quando non svolgo più la funzione di insegnante, sono molto più scrupoloso nella gestione delle mie esposizioni, così scrupoloso che le frequentazioni si sono azzerate.
D’altra parte posso permettermi questo lusso perché la comunità del Sentiero procede da sola e non ha bisogno di me e dunque, non avendo responsabilità, posso ritrarmi.
Questo ci porta al tema molto vasto di coloro che coltivano la contemplazione e vivono nel mondo o, comunque, hanno delle responsabilità: avrò modo di tornarci in altri post.
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Per questo soggetto che scrive, ritirarsi nell’eremo è stata una necessità, oltre che un impulso della Coscienza, proprio perchè senza pelle.
Pur non vivendo nell’Eremo, ma per la condizione attuale, mi ritrovo immersa nelle relazioni, mi pare di poter comprendere quando affermi che il contemplativo è condotto a sviluppare una disposizione di sé aperta all’ascolto e all’osservazione di ogni creatura.
Questo mi porta ad avere profonda compassione verso l’altro e non esprimere giudizi.
Nel confronto con gli altri, questa mia modalità viene scambiata per buonismo, e non riesco a spiegare che è tutt’altro.