Fonte: capitolo “Documenti” Shobogenzo zazen shin (anno di redazione da parte di Dōgen:1242) del MANUALE DI MEDITAZIONE ZEN, di Carl Bielefeldt. Berkeley e Los Angeles: University of California Press, 1989.
Quando necessario proporremo la traduzione di Aldo Tollini comparsa nel suo: Pratica e illuminazione nello Shōbōgenzō. Ubaldini editore. Proporremo inoltre alcune traduzioni di Nishijima-Cross.
[CB] “È fondamentale comprendere che, secondo Ta-chi,
– la meditazione seduta è sempre un’intenzione di realizzare il Buddha,
– è sempre il coltivare l’intenzione di realizzare il Buddha.
Tale intenzione precede la realizzazione del Buddha; la segue; ed è presente nell’atto stesso di realizzare il Buddha. [/CB]
[→uma] È esperienza anche nostra quella di cui parla Dōgen, siamo mossi da quella intenzione nel sedere in zazen? No. In sincerità mai è stato così per noi e non ci risulta lo sia stato per qualcuno che qui si è formato alla pratica dello zazen.
Se sedessi mosso dall’intenzione di perseguire la mia realizzazione avrei introdotto nella pratica uno scopo e mi considererei uno stupido. Allora perché pratico? Per risiedere nello “stare senza scopo”, nella gratuità.
In vetta a una ipotetica scala di ideali non ho la mia realizzazione ma la gratuità, l’abbandono all’Essere.
Mi si osserverà che tra il perseguire la realizzazione e l’abbandonarsi alla gratuità la differenza non è poi tanta: allora, qual è la ragione per cui la gratuità è così importante? Perché è l’esperienza diretta della scomparsa di sé.
E la realizzazione non è la scomparsa di sé? Allora dov’è il problema?
Nei verbi che sono in gioco: perseguire/abbandonare. Dōgen non usa il verbo perseguire ma realizzare e coltivare, ma entrambi comunque richiedono una volontà attiva, una volontà soggettiva attivata: “io perseguo questo”
L’uso del verbo abbandonare destruttura questa intenzione volitiva e porta alla luce una adesione a quella che ho chiamato, nei post passati, la volontà naturale, ovvero il tendere naturale del sentire alla Vibrazione Prima.
Nell’abbandono c’è il sorgere di una disposizione basata sulla resa, non di una volontà che introduce uno scopo.
Siamo in un ambito dominato dalla passività: rinuncio a qualunque scopo affinché l’Essere sia.
Qui non c’è il samurai, c’è il mendicante, colui che ha perduto tutto.
“Tale intenzione precede la realizzazione del Buddha; la segue; ed è presente nell’atto stesso di realizzare il Buddha”.
Quel perdere, scomparire, quella irrilevanza di sé è una costante: è la trama di sentire che percorre tutto il processo: mai introduco uno scopo e sempre coltivo un abbandono radicale. Nelle lunghe sesshin non sto ore davanti al muro come un guerriero, non è quella volontà che mi fa resistere, è l’abbandono ripetuto mille volte che genera la forza di stare, di perseverare. Quando sono al limite non dico: “resisti”, ma “arrenditi”. [/uma]
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