Contemplazione: il pensiero del sentire, non altro

Lavoro ogni giorno, nel preparare molti dei post di questo sito, su testi scritti da accademici, testi che generalmente sono in inglese perché, attorno a ciò che riguarda lo Zen, ben poca e modesta è la letteratura in lingua italiana.

Da buon caprone, non ho vocazione per le lingue e quindi mi affido a un ottimo traduttore, Deepl. Penserete che questo sia uno svantaggio, ma debbo deludervi: il non cavarmela con l’inglese mi costringe a sentire molto di più il testo, a scendere molto di più in profondità là dove ho il dubbio che il traduttore equivochi.

Sono costretto ad ascoltare il testo, l’autore e la sua intenzione, non posso abbandonarmi ad alcun automatismo: penserete che questo sia un processo lungo, ma non è così, è molto rapido perché lungo è l’allenamento all’ascolto profondo e anche se qualcosa può sfuggire, la sostanza sono certo che non subisce deformazione.

Mi confronto, dicevo, con il procedere intellettuale di autori che sono anche accademici e hanno il loro peculiare modo di esprimersi: attingono a varie fonti – altri accademici come loro, oltre alle fonti antiche e originali – le confrontano, le confutano, le utilizzano come basi per elaborare la loro visione. É un procedere intellettuale che comprendo ma che è agli antipodi di quello che ho sviluppato in questa incarnazione.

Ogni forza di questa esistenza è stata dedicata a sviluppare intuizione: tutto il continuo studiare le fonti, e/o gli autori, è stato al fine di avere il linguaggio, i simboli per esprimere il sentito.
Al centro c’è sempre e solo stato il sentito, quello bisognava trovare il modo di esprimere con un alto livello di efficacia. Perché?

Perché ciò che viene detto a questo livello è anche ciò che è, non c’è iato tra detto e vissuto, sono la stessa cosa ma solo se può essere detto è anche veramente reale. Così funziona quest’essere che porta questo nome.

Se avessi ricevuto una formazione intellettuale è possibile che questo procedere, questo attingere senza fine alla fonte, potesse trovare degli ostacoli, ad esempio nella eccessiva mediazione concettuale, nel linguaggio troppo sofisticato, nella compiacenza di sé.
La povertà di strumenti intellettuali e la consapevolezza della ricchezza della fonte interiore, hanno cooperato nel creare il percorso intuitivo che caratterizza questa vita: non potendo fare affidamento sugli attrezzi, ho scavato a mani nude.

È stato funzionale al progetto incarnativo? Beh, non c’è stata scelta, quello ero e con quello ho lavorato. Quando, a quattordici anni, mi hanno mandato a frequentare una scuola professionale, in me c’era una resa consapevole e totale. Così è stato in altri passaggi determinanti della mia esistenza.

4 commenti su “Contemplazione: il pensiero del sentire, non altro”

  1. Grazie per aver condiviso le origini e gli strumenti che hanno permesso di poter realizzare questo immenso lavoro, frutto di grande dedizione.

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  2. Un inchino profondo per il lavoro svolto e che ancora è da svolgere, con profonda dedizione e autenticità.

    Indago cosa significhi per me, quel non avere scelta. Aprirsi alla resa totale senza il timore di scomparire.

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