Contemplazione: dubbi e certezze del contemplativo

Avevamo una frequentazione pluridecennale con un amico di Milano che veniva in ferie a Marotta, e l’abbiamo persa lo scorso anno in virtù di una discussione attorno alla nostra vita spirituale.

Persona colta e laica, mal ha sopportato la nostra immersione nella vita contemplativa, ha scambiato per fanatismo quella che per noi è radicalità. Così è, comprendo la difficoltà di chi, immerso nel paradigma del divenire, fatica a comprendere una vita come questa, una visione come questa.

Le persone credono a qualcosa, ma così non è per il contemplativo il quale, innanzitutto, sperimenta. Trascorro l’intera esistenza a sperimentare, è da questo che sorgono le parole, l’interpretazione che segue l’esperienza.

Non ho dubbi sull’esperienza, semmai li ho sul livello di interpretazione, sulla sua accuratezza e corrispondenza.
L’esperienza è un dato incontrovertibile perché si inscrive nei corpi, è pelle, carne, ossa, midollo.
Il dubbio sorge quando la vedi dischiudersi e ti chiedi: questo cos’è? È come quello di ieri, è altro? A che profondità accade, quale stato di sentire è, quanto è condizionato dalla mia inevitabile soggettività?

Il dubbio è continuo, soprattutto in merito alla distorsione prodotta dalle interferenze soggettive, inevitabili. Il dubbio conduce a relativizzare, a stare bassi, a mettere continuamente in discussione ma per quanto forte esso sia non può oscurare e negare quanto accade come esperienza.

Ecco che c’è questo oscillare tra la certezza dell’esperienza e il dubbio su ogni dato di questa, soprattutto sulla sua lettura, ma così è, in questa morsa stiamo, anzi, questa morsa è la nostra esistenza quotidiana.

4 commenti su “Contemplazione: dubbi e certezze del contemplativo”

  1. Il dubbio, per come la vedo io, fa sì che non ci si erga a giudice.
    Se così fosse, smetteremo di sperimentare, perché già paghi delle nostre certezze.

    Se questo può rendere incerto il procedere a volte, diventa il vero carburante di colui che persegue la Via.

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