Dōgen: molte intenzioni che si intrecciano. Zazenshin 3.8 (zen32)

Fonte: capitolo “Documenti” Shobogenzo zazen shin (anno di redazione da parte di Dōgen:1242) del MANUALE DI MEDITAZIONE ZEN, di Carl Bielefeldt. Berkeley e Los Angeles: University of California Press, 1989.
Quando necessario proporremo la traduzione di Aldo Tollini comparsa nel suo: Pratica e illuminazione nello Shōbōgenzō. Ubaldini editore. Proporremo inoltre alcune traduzioni di Nishijima-Cross.

[CB] “È fondamentale comprendere che, secondo Ta-chi,
la meditazione seduta è sempre un’intenzione di realizzare il Buddha,
è sempre il coltivare l’intenzione di realizzare il Buddha.
Tale intenzione precede la realizzazione del Buddha; la segue; ed è presente nell’atto stesso di realizzare il Buddha. (Questo paragrafo lo commenteremo in zen33, ndr)

Ora ciò che chiedo è questo:
quante [maniere di] diventare un Buddha si intrecciano in questo unico modo? (Abbiamo commentato questa affermazione in zen31, ndr)
Questi intrecci stessi si intersecano con altri intrecci. A questo punto, gli intrecci, come istanze individuali dell’interezza del diventare un Buddha, sono tutte affermazioni dirette di quell’interezza e sono tutte istanze di un modo.
Non dobbiamo cercare di sfuggire a questa singola intenzione (intenzione unitaria?, ndr): evitarla significa distruggere il nostro corpo e perdere la nostra vita. E la distruzione del corpo e la perdita della vita sono conseguenze dell’imbrigliamento insito in questa intenzione.” 13

“13. Si fa qui riferimento al ben noto koan di Hsiang-yen, riguardante l’uomo appeso con i denti a una rupe a strapiombo di mille piedi, a cui viene chiesto il significato della venuta di Bodhidharma dall’Occidente: “Se aprirà la bocca per rispondere, perderà la vita.”
L’idea degli aggrovigliamenti che si intrecciano trae probabilmente origine da un’affermazione di Ju-ching, secondo cui la vite del葫芦( hulu – zucca) si intreccia su se stessa (Nyojo goroku, T.48:128b20). Questa osservazione fu elogiata da Dogen nel suo Shobo genzo katto come qualcosa di inedito. Qui, Dogen interpreta katto come successione del Dharma (shiho), sostenendo che la vera pratica Zen non consiste semplicemente, come spesso si crede, nel recidere le radici degli aggrovigliamenti, bensì nell’intrecciare gli aggrovigliamenti con altri aggrovigliamenti.
Non affermo di aver districato tutte le complessità di questo passaggio, ma una possibile parafrasi del concetto centrale potrebbe essere la seguente: l’impegno nella pratica e il raggiungimento della meta del Buddhismo ci “imbrigliano” nel Dharma; tuttavia, l’imbrigliamento completo nel Dharma, tanto nel suo aspetto discorsivo quanto in quello rituale, costituisce l’obiettivo stesso del Buddhismo. Di conseguenza, la pratica del “pensare” è essa stessa completamente “imbrigliata” nella meta del “realizzare un Buddha”. [/CB]

[Tollini traduce] Se allora chiedessimo:” Quanto questa intenzione ha a che fare col diventare Buddha?” (Potremmo rispondere che:) Questo coinvolgimento (causato dall’intenzione di diventare un Buddha) chiama altri coinvolgimenti (della stessa natura). Allora, i singoli coinvolgimenti che spingono a realizzare il Buddha sono ciascuno (espressione di) questa intenzione (di diventare un Buddha). Essi, senza fallo, ci presentano direttamente davanti la realizzazione del Buddha. Non si deve evitare nessuna di queste intenzioni. Se cerchiamo di evitarle, distruggiamo il corpo e perdiamo la vita, e quando distruggiamo il corpo e perdiamo la vita, questo è (soltanto) una delle varie sfumature dell’intenzione.99

99 In parole semplici, l’intenzione non va evitata, così come nulla va cacciato o evitato. [/T]

1 commento su “Dōgen: molte intenzioni che si intrecciano. Zazenshin 3.8 (zen32)”

  1. l’universo dell’inutilità di ogni sforzo si “dischiuderebbe e con esso l’inevitabilità di compiere sforzi. Un paradosso senza soluzione.”

    In questo paradosso la complessità del fascio di intenzioni che ci costituiscono.

    Non una intenzione ma un fascio di intenzioni co-implicantesi l’una all’altra

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