La consapevolezza del proprio risiedere prevalentemente, o esclusivamente, nel sentire, rende evidente dove risiedono coloro che ti sono attorno.
Ogni fatto del quotidiano narra del focus del risiedere di quella creatura: il parlare, l’agire, il tacere come il proporsi svelano le intenzioni che sorgono dal sentire. Tutto parla di noi, nello specifico di dove è posta la nostra consapevolezza, di dove è appoggiato il nostro cuore, se vogliamo dirlo con un linguaggio affettivo.
Chi vive alle alte quote del monte vede coloro che lo stanno ascendendo e sente se stesso quando scivola su una pietraia o cade in un crepaccio. È un fatto, non c’è presunzione nell’affermare questo: il sentire più ampio contiene quello più limitato, perché lo conosce, l’ha vissuto e lo vive.
Per quanto grande possa essere l’errore interpretativo di determinati fatti nel quale il contemplativo possa incorrere, è difficile che non senta il quadro generale del processo esistenziale dell’altro, come è difficile che non sia consapevole del proprio contesto esistenziale. Ci può certamente essere errore su un dato dettaglio, ma sull’insieme unitario è più difficile che ci sia. Perché?
Perché il contemplativo acquisisce una visione unitaria conseguente al sentire unitario che lo determina. Più è ampio il sentire realizzato, maggiore è la condizione unitaria sperimentata, più vasta la comprensione esistenziale dei fatti e dei processi.
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Non vivo sulle alte quote di un monte, non saprei dire dove risiede l’Essere dell’altro, se non per macroscopiche evidenze, pur sapendo che nulla, tuttavia, conosciamo dell’altro. Vedo, quelli sì, i miei scivoloni, le cadute su pietraie o crepacci.
Grazie