[Sommario AI] L’insegnamento di Nagarjuna, secondo Dogen, evidenzia il corpo come fondamento del cammino religioso, inteso non solo come carne ma come totalità dell’essere (condizione ontologica).
La “via” non si apprende come un sapere, ma si incarna attraverso le esperienze corporee, ampliando il sentire e abbandonando le resistenze; è un processo individuale di crescita.
La via è già presente in noi, i maestri e i canoni sono solo rappresentazioni esterne di un processo interiore di sentire e di incarnazione degli archetipi.
La pedagogia della via è interna, ognuno sviluppa il proprio percorso secondo le proprie peculiarità, gli incontri con maestri e canoni sono proiezioni del sentire individuale. [/S]
L’insegnamento di Nagarjuna, così come Doghen lo riporta in questo frangente, ci aiuta a comprendere perché nel cammino religioso il corpo sia il fondamento e come attraverso il corpo si comprenda cosa è il cammino religioso. Tutta l’opera di Doghen è punteggiata di richiami in tal senso: la via si apprende con il corpo. L’accezione in cui viene usato il termine corpo va precisata: non si tratta semplicemente della carne, del corpo come altro elemento della persona rispetto allo spirito, ma della totalità dell’essere che è carne, mente, facoltà, spirito… e che fa sì che ogni essere sia l’essere che è, colta nella sua condizione di corpo: il corpo come condizione ontologica. Ecco, dovessi usare un’altra espressione equivalente per dire essere corpo, direi il corpo come condizione ontologica, e quindi come condizione universale.
[→uma] Il corpo inteso come unità, come percezione unitaria d’Essere: è un termine non granché adatto perché crea molta confusione, ma tant’è.
“La via si apprende con il corpo”: la via è nel corpo, è nei corpi e nelle loro esperienze, è i corpi ed è impossibile separare via e corpi. Si può parlare di via come di un qualcosa che si apprende? Non direi. La via di ciascuno – perché non c’è una via di tutti se non nelle sue linee generali – è il processo del sentire che si incarna, che viene sentito nei corpi e diviene “fatto” in ciascuno di essi.
La via si incarna, è pelle, carne, ossa, midollo: si può dire che si apprende solo se si intende che il sentire si amplia attraverso le esperienze, allora questa esperienza, che manifesta un grado di sentire tot, prepara l’esperienza successiva con un grado di sentire tot+1. Attraverso lo sperimentare apprendo, divengo consapevole del sentire che mi informa, che mi costituisce e abbandono ogni resistenza: in questo senso apprendo la via.
Se per via intendiamo le linee generali filosofiche, teologiche, esistenziali queste sono archetipi transitori e permanenti di cui il sentire personale del discepolo è pienamente impregnato: ogni individuale incarnazione è una immersione, un bagno, in un complesso di archetipi (non gli stessi per tutti) che divengono costitutivi e che possono richiedere tempi più o meno lunghi per essere accolti consapevolmente, seguiti, incarnati.
Direi quindi che la via si libera come il pulcino dal guscio (e inizia a becchettare nutrendosi e crescendo), essendo essa noi, non altro da noi. Poi, certo, la via è anche una pedagogia, ma non quella che indica un canone o un maestro, anche quella pedagogia è interna a noi, è noi perché ognuno sviluppa l’iter della via secondo le proprie peculiarità. Incontriamo un canone e/o un maestro perché sono parte di quella via e di quella pedagogia che noi già possediamo, essi ne sono una estrinsecazione, un qualcosa che è nostro e viene rappresentato come altro da noi.
Tutta la mitologia dell’incontro con la via e con il maestro non è che una rappresentazione esteriore dell’incontro interiore, l’unico reale. Il sentire – che tutto genera – origina le scene dell’incontro come proiezione vibrazionale di ciò che sente: la via e il maestro sono quel sentire che ci costituisce. Gli archetipi che seguiamo sono quel sentire, come l’immenso corollario di conflitti, cadute, resistenze non è altro che l’estrinsecazione del processo per prove ed errori che il sentire sta attuando.
Fonte: Busshō. La natura autentica, di Eihei Doghen. A cura di Giuseppe Jiso Forzani. Edizioni EDB, Bologna, marzo 2000.
Nota del curatore
Lavorando sullo Shōbōgenzō di Dōgen e non volendo in alcun modo produrre una esegesi delle sue parole, la mia unica preoccupazione è: di fronte a questo concetto, a questa visione, a questo stato che Dōgen dichiara, io cosa provo, cosa sento? Sono capace di indagare il mio interiore nella sottigliezza di certi stati, e possiedo un linguaggio, dei simboli per trasmettere il provato/sentito?
Dōgen mi mette con le spalle al muro e, quando fatico per attraversare le nebbie del testo tradotto, il mio intento è quello di giungere a cosa sentiva lui, a quale sentire rimanda la sua parola, per compiere il percorso che dal suo simbolo mi conduce a ciò che sento. È nel sentire che lo incontro, passando attraverso le nebbie delle parole e dei concetti.
Il passo successivo è: posso osare trasmettere ciò che sento utilizzando il linguaggio simbolico che mi è proprio e che credo sia, in questo tempo, più universale di quello tramandatoci dagli antenati?
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