Una riflessione sulla condizione di “potenza” e quella di “atto”

Per introdurre e sintetizzare la questione ho chiesto a Gemini IA di Aristotele e della sua visione del tema di questo post. Trovi la risposta di Gemini a fondo pagina.

La questione nasce da una discussione tra un fratello e me, fratello molto più ferrato di me in questioni filosofiche*. Nel mio sentire, la potenza non è il seme che diviene pianta/atto, l’uovo che diviene gallina/atto, il sentire relativo che prepara il sentire assoluto/atto, o è porzione illusoria di quest’ultimo: no, nel mio sentire la potenza è il potere e l’atto una conseguenza del potere.

Il potere generatore, la potenza, e il frutto della generazione, l’atto. Filosoficamente il mio sentire non ha valore, ma da dove sorge?

Da tempo rifletto sulla mia esperienza di artista, esperienza forse di un decennio a cavallo dei trentanni. Come rifletto sulla connessione tra quell’esperienza creativa, quella dello scrivere di questioni politiche e sindacali che l’ha preceduta e quella contemplativa che è poi seguita e che è ancora la mia vita attuale. Qual è il nesso tra queste esperienze?

La potenza generatrice. L’immenso stato d’Essere e l’immane sua potenza che si esprimono nella generazione/condensazione di una intuizione/pensiero/parola, o di un gesto che li concretizza/condensa in un insieme (come nel caso dell’opera d’arte).

La pienezza d’Essere unitaria è sentita come potenza, dove con questo termine si intende forza ma soprattutto potenzialità. Non è l’aspetto della potenza/forza quello di cui voglio parlare, quello dice solo di una virulenza della esperienza.

Ciò che mi riguarda, nelle tre espressioni della mia esistenza cui ho accennato – ma potrei aggiungerne altre e nulla cambierebbe – è l’espressione della potenzialità/potenza. Cos’è, cosa intendo?

Quando realizzavo opere d’arte: installazioni, opere su carta, legno, tela, foto, raramente portavo a compimento le opere. Erano abbozzi d’opere più che opere, era la potenza/potenzialità che prendeva forma. Come la potenzialità/potenza assumeva una forma adeguata – e doveva essere adeguata perché altrimenti il processo non era finito e il tormento/inquietudine/tensione continuava – per me l’opera era terminata.

Renderla presentabile allo spettatore era qualcosa che non mi interessava, quella era la mansione dell’artista/artigiano ma era molto lontana da me che sono un approssimativo irriducibile quando si tratta della forma/atto.

Ciò che mi conduceva a generare intuizione/pensiero/parola, o che seguiva la via dell’intuizione/gesto era, è, la necessità esistenziale di fornire uno sbocco a uno stato d’Essere, a una condizione d’Essere.
Quella condizione d’Essere ha generato questa esistenza e le sue esperienze, quella dà forma alle giornate, quella è la sostanza di Essere/esistere che chiamo “me”.

Ora, mai io qualificherei l’Assoluto Essere, Colui che Tutto-È, come “atto”, seguendo la logica aristotelica. Quello semmai è il sentire assoluto, il sentire che è la risultante delle mille fusioni del sentire relativo, come la pianta è la risultante – nell’illusione del divenire – della trasformazione del seme.
Il sentire assoluto/pianta contiene in sé tutta la potenza del seme in un’altra forma: è l’estrinsecazione della potenza dell’atomo di sentire/seme. Ma la pianta non è solo quello.

Il sentire assoluto da chi è sentito, di chi è il sentire? Tutte le fusioni degli atomi di sentire, dei sentire relativi a cosa/chi conducono? Soprattutto: tutti gli atomi di sentire e i sentire relativi, di chi sono virtuale e illusorio frazionamento?

Ciò che riguarda me, che mi tocca nella sostanza viva, non è l’atto, la completezza di un sentire che, alla fine, posso anche lasciare lì come dato indefinito, compreso ma non determinante.
Per me la questione è: chi prova quello?

Quello che sento come potenza/potenzialità non è il sentire assoluto, è Colui che quello prova/è.
Non mi muove una totalità risultante di tutte le fusioni, una completezza, una unità, mi muove un “chi”, Colui che è quella completezza, quella unità e che in me diviene potenzialità/potenza.

Un albero non è – come narra l’illusione del divenire – la risultante di un seme: un albero è uno stato d’Essere, come il seme è uno stato d’Essere, come tutte le fasi intermedie tra i due sono stati d’Essere, ognuna Essente in sé, ognuna potenza e potenzialità.

La potenza e la potenzialità non sono tali perché generano qualcosa, danno il via a una sequenza creativa – nell’illusione del divenire – ma esse esistono aldilà di ogni sequenza, di ogni succedersi: questa è la mia esperienza.
La potenzialità non è la radice della creatività, non sto parlando di questo.
Sto dicendo che la potenzialità/potenza è uno stato d’Essere in sé, senza relazione necessaria col divenire, con la sequenzialità, può essere sentito in quanto stato d’Essere.

Questo stato d’Essere genera in me l’intuizione/pensiero/parola e generava allora l’intuizione/gesto dell’artista.
Quest’essere che chiamo me è il corto circuito di questo flash senza tempo in cui Essere viene sentito in tutta la sua immensa potenzialità.

Questo è il centro della questione: “Essere viene sentito in tutta la sua immensa potenzialità“.
È potere/potenzialità che squassa.
È accadere senza tempo che non ha bisogno di divenire.
È totalità che basta a se stessa e satura ogni recettore.

La potenza che precede l’atto di cui parlo è relativa a tutto questo. Leggendo queste riflessioni si può comprendere perché io non ho interesse per l’atto, nemmeno per quello di correggere il testo che ho scritto ora, ma che dovrò correggere se voglio essere almeno capito, non dico compreso.

*Il fratello mi segnala che la mia esperienza si avvicina a quanto sostiene Plotino.

Plotino, nel suo sistema neoplatonico, reinterpreta questi concetti (di Aristotele; esposti in fondo al post).

  • L’Uno (il principio primo) è pura potenza in un senso diverso da Aristotele. Non è la possibilità di diventare altro, ma la potenza inesauribile di generare tutto ciò che esiste attraverso un processo di emanazione o “traboccamento” (proodos). L’Uno, infatti, è oltre l’essere e l’atto.
  • L’Intelletto, la prima ipostasi che procede dall’Uno, è l’atto in cui si realizzano le Idee platoniche e il pensiero. È il pensiero in atto che pensa se stesso.
  • L’Anima e il mondo sensibile sono l’ulteriore declinazione della potenza generativa dell’Uno. La materia sensibile, pur essendo il grado più basso dell’emanazione, è potenza in quanto può ricevere le forme.

A differenza di Aristotele, per Plotino la potenza non è solo una condizione di incompletezza, ma un aspetto ontologico del principio stesso, l’Uno, che è la sorgente illimitata da cui tutto scaturisce. Il divenire non è un processo di “maturazione” di un singolo ente, ma una progressione gerarchica che si allontana dall’unità e perfezione dell’Uno.


Da Gemini in merito ad Aristotele

Nella filosofia di Aristotele, i concetti di potenza (δύναμις, dynamis) e atto (ἐνέργεια, energeia o ἐντελέχεια, entelecheia) sono fondamentali per spiegare il divenire e il mutamento della realtà.

Aristotele, a differenza dei filosofi eleatici che negavano il movimento considerandolo un’illusione (poiché non si può passare dal non-essere all’essere), propone una soluzione per conciliare l’essere e il non-essere all’interno del processo di cambiamento.

1. Potenza (δύναμις)

La potenza è la possibilità o la capacità che una cosa ha di diventare qualcos’altro. Non è il “nulla” assoluto, ma una forma di “non-essere” relativo, un’assenza di forma che può essere colmata.

  • Esempio: Un seme è un albero in potenza. Ha la possibilità intrinseca di svilupparsi e diventare un albero, ma non lo è ancora. L’uovo è una gallina in potenza.

La potenza è legata alla materia (ὕλη, hylē), in quanto la materia è ciò che è in grado di assumere forme diverse.

2. Atto (ἐνέργεια/ἐντελέχεια)

L’atto è la realizzazione, la realtà compiuta di una possibilità. È la piena manifestazione di ciò che una cosa è in potenza. L’atto è l’essere in senso pieno, la forma pienamente realizzata.

  • Esempio: L’albero è il seme in atto. La gallina è l’uovo in atto.

L’atto è strettamente legato alla forma (εἶδος, eidos), in quanto la forma è la realtà compiuta e la determinazione specifica di una sostanza. Aristotele usa anche il termine entelecheia (da en-telos-echein, “avere in sé il fine”), per indicare l’atto come realizzazione piena e perfetta di un fine interno.

3. Il divenire come passaggio dalla potenza all’atto

Il mutamento, per Aristotele, non è un passaggio dal nulla all’essere, ma un passaggio dalla potenza all’atto.

  • Il seme (in potenza) diventa albero (in atto).
  • Il marmo (in potenza statua) diventa statua (in atto).

Questo processo è guidato da una causa efficiente (l’azione che provoca il cambiamento) e da una causa finale (il fine verso cui il processo tende). Per esempio, l’albero adulto (in atto) è il fine del seme, e un albero adulto (in atto) è la causa che produce un altro seme.

4. La priorità dell’atto sulla potenza

Aristotele sostiene che l’atto ha una priorità rispetto alla potenza, e questa priorità è di diversi tipi:

  • Priorità ontologica: L’atto è la realtà compiuta, più perfetta e più degna di essere rispetto alla potenza, che è solo possibilità.
  • Priorità logica/gnoseologica: Per poter definire e comprendere la potenza (ad esempio, la potenza di costruire), è necessario conoscere l’atto (il costruire in sé). Si definisce la possibilità a partire dalla realtà.
  • Priorità cronologica: Anche se in un singolo processo il seme (potenza) precede l’albero (atto), in senso assoluto e in una catena causale infinita, l’atto deve precedere la potenza. Un uomo già formato (atto) deve esistere per generare un seme (potenza) da cui nascerà un altro uomo (atto). Questo porta Aristotele a ipotizzare l’esistenza di un Primo Motore Immobile, un essere che è atto puro, senza potenza, che è causa prima di tutto il movimento del cosmo.

In sintesi, la distinzione tra potenza e atto permette ad Aristotele di:

  1. Spiegare il mutamento in modo coerente, superando le aporie dei filosofi precedenti.
  2. Sviluppare la sua metafisica (ontologia), definendo l’essere non solo come sostanza, ma anche come un’unione di materia e forma, e di potenza e atto.
  3. Fondare la sua cosmologia, con l’introduzione del concetto di un atto puro che è la causa ultima del divenire universale.

3 commenti su “Una riflessione sulla condizione di “potenza” e quella di “atto””

  1. Dovrei rileggere, non sono riuscita a capire, specie la parte finale. Ho afferrato l’esempio del processo artistico che non chiede di rendere l’opera compiuta e presentabile allo spettatore.

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  2. Testo molto complesso.
    Se la prima parte, riguardante le tre esperienze per dimostrare “potenza” e ” atto”, mi sembravano avvicinabili, poi sono andata del tutto in confusione.
    Dovrò rileggere a tavolino.

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