La fine di ogni senso e della sua ricerca

È questo un argomento su cui torno ciclicamente come a fissare una consapevolezza che nel tempo si rinnova e si chiarifica.

Nel pomeriggio è sorta chiara l’immagine/intuizione di come tutto in questa esistenza sia stato utilizzato come sorgente di senso:
– senso di esistere sperimentando;
– senso di essere un individuo con un confine;
– senso di Essere.

L’immagine/intuizione si è stagliata sul vuoto, dunque è risaltata.
Le tre dimensioni del senso, quelle sopra elencate, hanno convissuto nel tempo, indissolubili.
Negli ultimi decenni è stata la via spirituale, l’esperienza di monaco ed eremita, a fornire il contesto del senso: l’esistenza era vissuta e necessariamente e inevitabilmente interpretata.
Vivere e interpretare generavano il contesto di senso.

La questione non va ridotta al banale “sono questo e quest’altro ed essendo questo e vivendo quest’altro sorge l’esperienza del senso“, non sto parlando di questo.
Affermo che vivere e interpretare sé permettono il sorgere dei tre aspetti del senso anche in assenza di ogni accento sul secondo aspetto: anche in assenza dei giochi identitari e della soggettività, si vive comunque immersi in un ambiente interiore entro cui si sperimenta, ci si immagina, si sente di essere quel dispiegarsi in quel contesto.

C’è insomma un ambiente interiore autodefinito anche se non c’è una particolare centralità di sé: c’è una storia con dei personaggi e quella storia viene vissuta da qualcuno, noi, viene vista con questi occhi, sentita come mondo entro cui si è, e come mondo che da un sentire sorge.
Un ambiente della rappresentazione esistenziale viene sentito, generato e percepito e si sente di essere in quello, di essere quello.

All’interno di questo ambiente autogenerato e sostenuto avviene il processo del vivere e del trasformarsi: ogni creatività e forza va ad alimentare il processo, lo genera e ne riceve una messe di dati; dal processo emergono le tre declinazioni del senso.

Finché non finisce. Sono più di trent’anni che dico che finisce e in effetti è così: ogni volta affiora una consapevolezza nuova del fatto che questo gioco è finito. È finito anche quando ancora genera la rappresentazione, l’immagine del contesto in cui sembri immerso. È una immagine vuota, un lungo tramonto prima della notte.

Gli ultimi trentanni e più sono stati il rinnovarsi di questa consapevolezza della fine proprio nel mentre dispiegavo la funzione di insegnante, mentre accadeva quella rappresentazione: è finita, la rappresentazione non dice di una pienezza del vivere, canta la fine. Sì, una canto della fine lunghissimo, una narrazione del finire.

Le tre declinazioni del senso:
– senso di esistere sperimentando;
– senso di essere un individuo con un confine;
– senso di Essere,
non conferiscono più niente, da esse non sorge più niente. Perché?

Perché lo sguardo dell’esistere non è più rivolto al divenire.
Perché Essere ha soppiantato le altre due declinazioni.
Ne consegue che il tema del senso non ha più alcun significato, e non c’è più un contesto, una immagine, un ambiente in cui un sentire accade e si sente di accadere.
Non c’è più una casa, un ambiente, né una rappresentazione di qualcosa.

Certo, c’è senso di esistere e di Essere ma non c’è quel senso che diviene una vita, una rappresentazione: esistere ed Essere non generano l’immagine di un andare, procedere, cambiare, vivere.
Esistere ed Essere sono Ciò-che-È, Ciò-che-sono, non altro: istantanee senza tempo, senza soggetto, senza un senso dato.

Vivere diviene un’istantanea senza tempo e senza contesto. Finisce il processo perché nell’assenza di senso non c’è scopo e il processo ha bisogno di uno scopo.

L’Amore, che ti faceva visita così di frequente, in questo abisso è divenuto altro: il non-due, qualcosa di diffuso, di intrinseco al vivere.

Questa rarefazione convive con la natura dei corpi transitori che non viene meno: sono lì, meccaniche del quotidiano, marionette che esprimono il loro essere effimero, vuote di sostanza eppure presenti. Se guardi loro sei disorientato, se guardi il fondo dell’Essere, comprendi.

4 commenti su “La fine di ogni senso e della sua ricerca”

    • Come dice Nadia: profondo inchino.
      Come dice Leo: nonostante il distacco dalle cose del divenire, non smettiamo di sentire tangibile la tua presenza come guida.

      Non avrei mai riflettuto sulle tre categorie di senso che descrivi. Sono stati i tuoi scritti e i tuoi commenlti ai post dei Cerchio Firenze e Ifior a presentarmeli .
      Non mi sono mai chiesta il senso del l’esistere, nei giorni.
      Sono stata sorretta, da sempre, credo, da una base stabile che mi ancorava nell’interiore, la consapevolezza di appartenere a quello che poi, leggendo Dogen, ho appreso chiamarsi “natura autentica”.
      È stata la convivenza affettiva che poi ha stimolato la ricerca, per me prima intellettiva, pur nel percorso spirituale. Comprendendo gli insegnamenti , mi si sono aperte porte di consapevolezza, che c’era, pur senza nome.
      Ora sento che, quella stagione è veramente marginale, rimane invece forte la necessità di condividere coi pochi fratelli del Sentiero, il sentire limitato o ampio che sia.

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