Fonte: capitolo “Documenti” Shobogenzo zazen shin (anno di redazione da parte di Dōgen:1242) del MANUALE DI MEDITAZIONE ZEN, di Carl Bielefeldt. Berkeley e Los Angeles: University of California Press, 1989.
Quando necessario proporremo la traduzione di Aldo Tollini comparsa nel suo: Pratica e illuminazione nello Shōbōgenzō. Ubaldini editore. Proporremo inoltre alcune traduzioni di Nishijima-Cross.
Stiamo affrontando questi passi di Dōgen che partono dalla risposta di Ta-chi:
‘Mi sono proposto di realizzare un Buddha.’
[CB] Dovremmo chiarire e penetrare il significato di queste parole.
– Cosa significa parlare di creazione/realizzazione di un Buddha (della buddhità, ndr)?
→ (Affrontato in zen25 e 26)
– Significa essere fatto Buddha dal Buddha?
→ (Affrontato in zen27)
– Significa fare del Buddha un Buddha?
→ (Affrontato in zen28)
– Significa che emergono uno o due volti del Buddha?
→ (Affrontato qui, in zen29)
– Si intende forse che fare un Buddha è spogliarsi di corpo e mente, e che l’intenzione di fare un Buddha sia qui intesa come l’atto stesso di questo spogliarsi?
– Oppure l’intenzione di realizzare un Buddha significa che, benché vi siano innumerevoli modi per raggiungere l’illuminazione, questi si complichino proprio in questa intenzione di ‘realizzare un Buddha’?” [/CB]
[→uma] “Significa che emergono uno o due volti del Buddha?”
Quanti sono i modi di realizzare e manifestare lo stato di realizzazione/illuminazione? Innumerevoli, naturalmente, ma parliamo del niente se non partiamo da una precisazione: non si può parlare di realizzazione, illuminazione, buddhità, Buddha se non da un dato grado di sentire acquisito in poi, cioè da una data strutturazione del corpo akasico.
A partire dalla piattaforma di base di un corpo akasico strutturato, possiamo utilizzare questi termini; prima siamo in presenza di esperienze di unità, di fusione, di stati di sensitività ma non è opportuna e adeguata quella terminologia.
Premesso questo, dobbiamo considerare che in alto è come in basso, che la condizione di realizzazione è tanto variegata quanto la condizione di illusione: ogni realizzazione ha le sue peculiarità come ogni vita nell’illusione sviluppa i suoi modi e percorsi.
Coloro che hanno confidenza con altri piani di coscienza comunicanti col nostro di incarnati, e che hanno avuto modo di penetrare la specificità delle comunicazioni – non tanto delle rappresentazioni che sono funzionali agli ascoltatori – avrà notato le differenze anche notevoli di visione e di impostazione pur partendo da una base condivisa e comune rappresentata dalla condivisione dello stesso piano d’esistenza, il piano akasico, il più denso che quelle coscienze condividono.
Questo significa che possiamo uscire dalle nebbie di una discussione infinita e generica sull’illuminazione e guardare a essa con gli occhi di una nuova antropologia: in quest’ottica risulta tutto piuttosto chiaro e la domanda di Dōgen ha certamente un senso: quanti i volti di Buddha? Innumerevoli, rispondiamo certi, purché sia presente una base comune ineludibile: quale?
La comprensione unitaria di sé e dei processi esistenziali che sorge solo nel momento in cui si sente in termini di “noi” e non di “io”. “Noi” come pianeta, “noi” come comunità di viventi, “noi” come collaborazione, condivisione; “noi” come amore, ovvero come sentire l’altro dall’interno, sentirlo come sentiamo noi stessi, sentirlo oltre l’essere noi stessi, sentirlo a prescindere da noi stessi.
Naturalmente lo sguardo che sto coltivando è duale, basato sulla sequenzialità dei sentire: che senso ha discutere di realizzazione/illuminazione/Buddha fuori dalla sequenzialità? Nessuno.
Nell’Eterno Presente esiste solo il Ciò-che-È; nell’Essere Assoluto esiste solo il Ciò-che-È, non c’è nulla da discutere e il non avere chiara la distinzione tra queste due dimensioni d’esistenza crea intrecci perversi.
In sé esiste solo l’Assoluto Essere che, in quanto Assoluto è ogni declinazione possibile dell’Essere: ecco che siamo natura autentica-Essere e siamo natura autentica-divenire e i loro nei mille gradi.
Se contempliamo la natura autentica-Essere nel suo più alto grado, essa è una e immutabile, eterna:
Se contempliamo la natura autentica-Essere ancora sottoposta alla sequenzialità, scopriamo molteplici gradi di Essere.
Se contempliamo la natura autentica-divenire, essa è mille gradi e sfumature e anch’essa, in ogni sfumatura, la possiamo contemplare come Ciò-che-È, come gli altri gradi dell’Essere.
È la contemplazione, il modo di sentire dunque, che unifica la realtà e ci conduce oltre Essere/divenire: la Realtà Unica può avere due volti, quello di Essere e quello di divenire, ma noi possiamo sentirla sempre, aldilà della percezione, come realtà unitaria, Ciò-che-È. Questo perché la contempliamo, ovvero la sentiamo Una.
Quindi non conta come appare, ma come viene sentita.
Se poi vogliamo cavillare, possiamo certamente affermare che la Realtà con la R è una e solo una e mai diviene due, se non nella illusorietà della percezione soggettiva. [/uma]
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